12.6.09

Oscuri 2

I giorni cominciarono a sfilare via frenetici. Joshua entrava nella miniera all’alba e ne usciva al crepuscolo. Ogni mattina consumava una veloce colazione con i suoi compagni e ogni sera all’uscita riceveva la benedizione della nuova sacerdotessa. Quando Rachele gli si avvicinava, Joshua la sbirciava dal basso in alto, al meglio che il suo inchino rispettoso gli permetteva.

È proprio carina...

Una sera Joshua provò anche ad abbozzare un mezzo sorriso, ma la sacerdotessa, se pure l’aveva notato, non sembrò apprezzare. Joshua pensò di non saperci proprio fare con le donne e se ne tornò a casa a pezzi per la dura giornata di lavoro.

Le serate estive erano belle e spesso Joshua e Gherard si fermavano fuori dalla capanna a fumare e a chiacchierare. Joshua raccontava al padre del suo lavoro in miniera e Gherard lo aggiornava sui lavori di casa e sulle riparazioni ai canali per l’acqua. Erano una strana coppia quei due. A volte non sembravano neanche padre e figlio. C’era una complicità molto forte e un rispetto profondo. Ovviamente, non era stato sempre così. Ma Gherard era stato un genitore illuminato e da quando Joshua aveva perso la mamma aveva cercato di renderlo un bambino forte. Sapeva che l’affetto di una madre gli sarebbe sempre mancato e piuttosto che cercare di sostituire la figura materna tentò d’insegnargli a convivere con quella perdita. Joshua era cresciuto timido, impacciato nel dimostrare i propri sentimenti, ma se la cavava decisamente bene in tutto il resto. E il padre aveva sempre cercato di dimostrargli il suo rispetto e la sua stima in questo modo, trattandolo da uomo.

Joshua a volte si comportava con una maturità fuori dal comune per uno della sua età, a volte sembrava semplicemente quello che era: un ragazzo che aveva un gran buco al posto del cuore. Ma ogni volta che la sua debolezza emotiva aveva il sopravvento, Joshua riusciva sempre a trovare la forza di rinascere dalle proprie ceneri. In questo assomigliava decisamente a sua madre e Gherard ne era proprio orgoglioso.

Il lavoro in miniera invece non andava affatto bene. La squadra lavorava alacremente, ma sembrava proprio che ormai quel settore della nave avesse già restituito tutto ciò che poteva in fatto di filtri. C’erano ancora mobilia, suppellettili, oggetti di uso quotidiano in gran quantità.

Ma niente filtri.

E questo era un problema.

Il villaggio per sopravvivere aveva bisogno di due tipi di filtri. I primi, quelli di uso quotidiano, erano quelli che si rovinavano di meno. Ogni famiglia ne aveva uno o più e servivano a depurare le scorte d’acqua che venivano usate durante tutto l’anno. Si trattava di piccoli dischi delle dimensioni di un piatto. Erano fatti di una sostanza strana. Somigliava alla ceramica ma era porosa come il legno. Bastava immergerne uno in un otre d’acqua per un paio di giorni e l’acqua poteva essere usata per bere e cucinare. Nello scheletro della nave erano abbastanza comuni, ogni settore ne aveva in abbondanza e per fortuna non si logoravano facilmente.

L’altro tipo di filtro era più difficile da trovare. Erano delle tavole larghe e lunghe all’incirca come un letto, dello stesso materiale dei dischi. L’acqua però doveva scorrere attraverso almeno sei di queste tavole, accoppiate a due a due, che avevano la capacità di depurarne grandi quantità in poco tempo. Il problema è che usati in questo modo i filtri deperivano rapidamente. Erano fondamentali per irrorare i campi e per tutte le attività quotidiane. Senza di essi il villaggio sarebbe morto di fame o peggio, per le pestilenze che il cibo contaminato e gli animali malati avrebbero diffuso.

Erano filtri difficili da trovare. Normalmente erano sistemati in condotti stretti che forse servivano per lo scambio dell’aria nella nave. Forse erano proprio filtri per purificare l’aria durante i viaggi interstellari, oppure servivano a purificare l’acqua che poteva scorrere in quei cunicoli. O magari i gas di scarico dei motori. Qualunque fosse la loro origine non era importante. Le loro proprietà erano invece fondamentali per la sopravvivenza della comunità.

Si tenne quindi un consiglio per decidere il da farsi. Normalmente, se la situazione non era grave, si continuava a cercare nella stessa sezione della nave sperando in un colpo di fortuna e facendo affidamento sulle scorte. Ma le riserve cominciavano a scarseggiare e in quel caso non c’era altra soluzione. Avrebbero dovuto aprire allo sfruttamento un’altra sezione dell’immensa nave.

Era una decisione che non veniva mai presa alla leggera.

Le sezioni della nave si erano sigillate automaticamente all’impatto, trasformando la gigantesca struttura in un immenso alveare di celle non comunicanti tra loro. Aprirne una allo sfruttamento significava non sapere cosa si sarebbe potuto trovare al di là di paratie sigillate per secoli.

E senza alcuna certezza che la nuova sezione contenesse i filtri tanto necessari.

Si trattava di un rischio per la squadra addetta ai filtri. Era compito loro aprire allo sfruttamento. Si sarebbero inoltrati in corridoi e strutture che giacevano sigillate da centinaia d’anni, senza alcuna protezione se non la loro esperienza e abilità.

Il consiglio ne discusse a lungo. Joshua aspettava con i suoi compagni di squadra fuori dalla capanna del capo villaggio. A loro non era permesso discutere di una cosa tanto grave. Era una decisione che spettava al capo villaggio e al capo squadra. Come esperto nella gestione dei filtri era stato chiamato anche Gherard e Joshua sperava tanto che il padre, per proteggerlo, non votasse contro l’esplorazione di una nuova sezione. Cosa strana, era stato chiamato a partecipare al consiglio anche il vecchio Peter.

Il vecchio non partecipava mai volentieri alle faccende del villaggio, per la maggior parte del tempo se ne stava sulle sue e non parlava con nessuno. Joshua era un’eccezione. Quel ragazzino dall’aria sveglia e dalla curiosità dilagante piaceva al vecchio, anche perché era l’unico con i tratti del Sud. La madre di Joshua era una straniera e Joshua non assomigliava fisicamente molto agli altri ragazzi. Era più basso, più minuto, con una zazzera nera corta e il taglio degli occhi più allungato. Il ragazzo sospettava di assomigliare a qualcuno che il vecchio avesse conosciuto prima di arrivare al villaggio, ma era solo una sua supposizione.

La porta della capanna si aprì all’improvviso e gli uomini della squadra si alzarono di scatto. L’ansia era palpabile. Uscirono il capo villaggio, Gherard, il capo squadra e il vecchio Peter.

Il capo squadra, un ragazzo di poco più grande di Joshua ma che aveva passato la vita in miniera, disse: “Abbiamo discusso e la situazione non ci lascia altra scelta. Dobbiamo aprire un’altra sezione della nave allo sfruttamento.”

L’eccitazione crebbe dentro Joshua ma il ragazzo fece di tutto per non darlo a vedere.

Il capo squadra continuò: “Da domani inizieremo in una sezione scelta da Gherard. Ci sono buone probabilità che andremo a esplorare una sezione simile all’ultima che abbiamo affrontato.”

Il capo squadra puntò gli occhi su Joshua, il ragazzo ebbe uno strano presentimento: “Il problema è che potremmo anche trovarci di fronte a un cambiamento nella struttura della nave. La sezione che abbiamo esplorato finora porta la X sulle paratie e di solito quello indica che è l’ultima di un troncone. La nuova sezione potrebbe anche contenere cose a cui non siamo mai andati incontro e per questo la squadra si modificherà nella sua composizione.”

Joshua capì tutto con un secondo di ritardo e rimase a bocca aperta.

“Joshua ci lascerà per tornare alla squadra addetta allo svuotamento della sezione attuale. Il suo posto verrà preso da Peter.”

Un mormorio di disapprovazione serpeggiò tra i suoi compagni. Peter era un vecchio che non aveva mai scavato e Joshua era uno di loro, ma il capo squadra rimise subito a posto i suoi uomini: “Così è stato deciso. Vi voglio a letto tra cinque minuti. Domani sarà una giornata faticosa per tutti.”

I compagni di Joshua scivolarono via, lanciandogli sguardi di compassione.

Il ragazzo non si mosse.

Aveva solo chiuso la bocca e fissava il gruppetto composto dal capo villaggio e dagli altri. Non disse nulla. Il capo squadra sostenne il suo sguardo ma fu il primo ad andarsene. Il capo villaggio salutò imbarazzato e si ritirò in casa. Il vecchio Peter scivolò via nella notte, ansimando come al solito e non degnandolo di uno sguardo. Quando Joshua e Gherard restarono soli il padre provò a parlare al ragazzo.

“Joshua… io…”

Ma il ragazzo si girò e se ne andò con la schiena rigida. Quella sera non rientrò a casa. Gherard sapeva che era inutile cercarlo. In quei momenti suo figlio era troppo lontano da lui per poter fare qualcosa. Aveva bisogno di restare solo e Gherard aveva amato troppo sua madre per non saperlo. “Hanno davvero lo stesso carattere…” mormorò, ma non andò a letto. Aspettò seduto per tutta la notte in cucina che il suo ragazzo tornasse.

L’indomani Joshua non era ancora rientrato.

6.6.09

Blog che langue...

Elloso, blog che langue e formattazione degli ultimi tre post tutta diversa... :)

Un po' di aggiornamenti sono dovuti.

Sto lavorando con la Rainbow CGI, società produttrice di lungometraggi cinematografici in animazione 3D (e non solo). E' davvero un bel posto che sta producendo cose che faranno molto parlare di sé (sia per la qualità che per l'impatto su tutto il mercato dell'animazione) ma di più, ovviamente, non posso dire.

Personalmente, sono stato bloccato sulla graphic novel disegnata da Yoshiko Watanabe che finalmente è conclusa!

A breve posterò delle anteprime e sia il nome dell'editore che l'eventuale data di uscita.

Inoltre, come vedete mi sto spostando sulla narrativa e Oscuri è solo una piccola prova per vedere come me la cavavo. Sia il genere che il tipo di romanzo è molto diverso da tutto quello che ho fatto negli ultimi anni. Spero vi piaccia.

Cercherò di essere più attivo su questo blog, ma come potete vedere dalle date dei vari post per me è un po' complicato al momento...

A presto!

Oscuri 1

L’estate finalmente arrivò e con essa una tregua al tempo inclemente. Le tempeste magnetiche si allontanarono verso sud e gli abitanti dell’altopiano si prepararono a rimettere mano alla miniera. Ogni anno era così, l’inverno a cercare di limitare i danni delle tempeste, l’estate a scavare.

La miniera era enorme, la esploravano da generazioni eppure non ne avevano sfruttato che una minima parte. Come sempre, avevano iniziato dai motori, la parte più in superficie e meno deformata dall’impatto, scavando in lungo e largo e cercando tutto ciò che si poteva recuperare. Metallo, vetro, suppellettili ma soprattutto i filtri. L’acqua era malata e gli uomini avevano assolutamente bisogno dei filtri per purificarla. Purtroppo nessuno sapeva più costruirli e così per ogni miniera c’era una squadra addetta al loro recupero. Di solito si trattava dei minatori più esperti ma ancora abbastanza giovani da sapersi muovere con agilità. Era un lavoro rischioso, svolto in zone non ancora messe in sicurezza o non esplorate.

Quell’estate sarebbe toccato a Joshua far parte della squadra. Il padre si era fermamente opposto ma il ragazzo aveva insistito tanto che alla fine l’aveva spuntata. Joshua non poteva dirsi uno dei minatori più esperti ma in tre anni di lavoro si era comportato sempre bene. Sembrava nato per scalare, strisciare nei cunicoli e penzolare sospeso ad altezze vertiginose nei canali di scarico.

La cerimonia di apertura dei lavori si svolse in una bella mattinata. Le nuvole correvano veloci nel cielo e i fulmini rimbalzavano da una massa nuvolosa all’altra. L’aria era fresca, carica di elettricità. Joshua era eccitatissimo.

La cerimonia era in realtà composta da un semplice discorso del capo del villaggio in cui si ricordava l’Antica Faida, le persone che vi erano morte e si ringraziavano i piloti che erano sepolti a decine di chilometri di profondità nel muso della nave interstellare che formava i Monti di Ferro. Il loro sacrificio aveva permesso a un gruppo di pochi uomini di salvarsi dalla catastrofe. Ora, come piccoli insetti parassiti, i discendenti di quegli uomini ancora vivevano grazie a ciò che l’antica nave madre restituiva. Lo splendore di quell’arca che avrebbe dovuto salvare il genere umano giaceva sotto montagne di macerie ma la sua utilità non era diminuita.

Joshua ascoltò distrattamente l’intero discorso. Si riscosse e divenne attento solo quando il capo villaggio cominciò ad assegnare gli incarichi per quell’estate. Era un anno in cui molti giovani minatori iniziavano il loro compito e in cui molti degli esperti lasciavano il servizio. Avrebbero lavorato nei campi o si sarebbero messi a insegnare ai pivellini come uscire dalla miniera tutti interi. La squadra che cambiava di meno era quella dei sacerdoti. Non lavoravano alla miniera a tempo pieno, servivano solo quando, esplorando nuove parti dell’immensa struttura, si scoprivano nuove camere di stasi o i resti di qualcuno morto per l’impatto centinaia di anni fa. Anche lì però c’era una novità. Una ragazza aveva preso il velo e aveva iniziato l’apprendistato come sacerdotessa. Era importante per chi doveva affrontare gli spiriti di una terra martoriata confrontarsi con l’orrore che li aveva generati.

Come tutti i sopravvissuti alla catastrofe a volte Joshua sentiva il peso indebito di una colpa che i suoi antenati si erano addossati. La gente ancora viveva con la paura e la superstizione per ciò che era accaduto secoli prima e per cui non poteva fare più niente, se non continuare a espiare. A volte i sacerdoti parlavano di redenzione e perdono ma la maggior parte delle volte erano costretti a usare le loro conoscenze per cercare di placare forze che erano ben al di là del loro controllo.

Joshua distolse rapidamente lo sguardo dalla ragazza velata. La conosceva e pensava anche che fosse molto carina, ma adesso con quel velo, gli amuleti e l’aria austera lo metteva a disagio.

Si chiamava Rachele, se non ricordava male.

Poi finalmente arrivò il suo turno. Venne aggregato alla squadra per i filtri e tutti i suoi amici esplosero in un boato d’incoraggiamento. Gli altri compagni di squadra, di poco più grandi di lui, lo accolsero con grandi pacche sulle spalle. Vide Gherard che lo scrutava preoccupato, ma poi la linea sottile delle labbra si piegò in un sorriso e il padre gli fece un cenno di buona fortuna. Joshua arrossì e i suoi lo presero in giro. Ormai non era più un bambino ma l’approvazione di suo padre era ancora importante. O meglio, lo era adesso, a cose fatte. Aveva litigato con lui furiosamente intere settimane per ottenere il permesso di far parte della squadra. A volte Gherard nella testardaggine un po’ timida di suo figlio rivedeva la madre, scomparsa tempo addietro durante una tempesta. Era stata proprio la forza di carattere di quella donna straniera a fargli perdere la testa e adesso che la vedeva nascere e crescere così prepotente nel figlio ne era affascinato e preoccupato.

E anche maledettamente fiero.

Assegnati gli incarichi la cerimonia fu praticamente conclusa. Gli anziani tra i sacerdoti si avvicinarono al portello e dopo aver ringraziato gli spiriti lo aprirono. Joshua era in prima linea e fu investito in pieno dalla zaffata d’aria umida che proveniva dall’interno della nave.

Respirò a pieni polmoni e si infilò nel suo ventre scuro.