30.12.13

Scappa! / cap. XVII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XVII -



"Volevo fare il cantante. Me lo dicevano tutti che avevo una bella voce. Il cantante e l'attore. Mi dicevano tutti che ero bello. Io ci ho creduto. Mia madre mi diceva che dovevo studiare ma non le ho dato retta.
Vedi, per me era una questione di potere. Lì per lì non l'avevo capito. Ero più... semplice... in quegli anni, però avevo capito che potevo ottenere delle cose se mi vestivo bene. Se mi facevo le lampade, se mi acchittavo un po'... era tutto più facile.
Questa storia di solito si racconta per le ragazze. Ed è ovvio, è tutto più facile per loro. Ma quei rapporti di forza, quella specie di selezione naturale vale anche per gli uomini. Magari devi solo starci più attento. E sai la cosa peggiore? Che lo sapevo. Ma mi ritenevo superiore. Sapevo che ero uno squalo in una vasca di pesci rossi e che quindi, anche se mi sistemavo le sopracciglia, mi depilavo, mi tatuavo e mi indebitavo per comprare l'auto di lusso, io comunque non ero come gli altri. Come loro. Poi da fuori ovvio che lo sembravo. Portavo jeans da duecentocinquanta euro. Come dovevo apparire?
Dovevo apparire vincente.
Era tutto lì il trucco.
Comunque sia, sapevo che certa roba non arrivava da sola dal cielo ma che ti devi sporcare le mani. Che credi? Non sono mai stato stupido. Forse un po' ingenuo. Ma non stupido.
A cantare, sapevo cantare. Ballare lasciamo perdere. Non era proprio il mio forte. Dovevo imparare a recitare. Andai a cercare una scuola. Era una roba polverosa e vecchia in un teatro pieno di muffa e tutti portavano gli occhiali. Me ne sono andato ma ho cominciato a raccontare che avevo studiato lì e che conoscevo quel tipo piuttosto che quell'altro.
Mia madre continuava a dirmi di riprendere a studiare. Magari ingegneria. Io ero sempre in giro e riuscivo a rimorchiarmi una tipa diversa praticamente ogni sera. Andavo per locali. Di solito erano donne più grandi e mi pagavano da bere. Di solito erano palestrate e ancora in forma e con le tette finte e scopavamo a casa loro. Se volevo carne giovane offrivo io al bancone. Ma non era poi così tanto più difficile portarsele a letto. Non più delle vecchie. Di solito scopavamo in macchina.
Quindi no, ingegneria no. Non aveva senso. Avevo vent'anni. Il mondo era una merda. Non c'era lavoro. Li avevo visti quelli che studiavano. Un culo così, un sacco di spese e poi l'idraulico rumeno aveva la sportiva cabrio mentre loro faticavano a trovarsi una casa in affitto.
Quindi grazie. Ma no, grazie.
Non avrei fatto quella fine. Sì, lo sapevo, ero partito vincente solo per il mio aspetto. Ma chi se ne fregava. Ce l'avevo, che senso aveva non sfruttarlo? Là fuori era una giungla.
I miei avevano creato qualcosa. A dispetto dei sogni di gloria, a dispetto della umile origine dei miei nonni, erano riusciti a trovare i soldi per comprarsi una casa, crescere una famiglia. Erano andati in pensione. Erano riusciti a morire di tumore ai polmoni come mio padre. Erano normali.
Noi, intendo quelli della mia generazione, non eravamo così. Quelle possibilità non ce l'avevamo. Ma potevamo fare di più. C'erano più occasioni oggi, sempre se eri disposto a metterti in gioco. Le storie che la TV ci raccontava erano di successo e di soldi.
Ma per il successo dovevi comunque saperci fare. Io per esempio avevo dei pregiudizi sulle lampade abbronzanti. Fu una ragazza che frequentavo ad insistere che me le dovevo fare. Quelle e una sfoltita alle sopracciglia.
Mi immaginavo mio padre che mi dava del frocio mentre stavo seduto e mi facevo sistemare. La cosa divertente è che nel giro di una settimana mi ero scopato su quello stesso lettino proprio l'estetista, avevo mollato la ragazza che mi ci aveva portato e mi ero cominciato a vedere con la sua migliore amica. Era una piena di soldi.
È stata una tosta. Mi sono dovuto mettere sotto in palestra. Ma in un paio di mesi anche quella era diventata una tacca sul calcio della mia pistola. Però le devo tanto perché è stata lei che mi ha fatto capire l'importanza del denaro.
I soldi aprono mille porte. E non ce li devi neppure avere per davvero, l'importante è che gli altri ci credano. La prima volta che ho pagato una camicia quasi quanto il mio stipendio mi era sembrata una follia. Un mese dopo avevo capito che quella camicia, in certi ambienti in cui mi aveva introdotto la tipa, era una specie di divisa. Serviva ad affermare che eri come loro. Che eri uno a posto.
Ho visto un sacco di gente che ci si è dannata l'anima per entrare in certi giri. E non era solo per la fica o per i soldi. È che tutti vogliamo sentirci parte di qualcosa. Siamo in competizione feroce, come tigri nella giungla, perché vogliamo strappare il successo ai bastardi che ce l'hanno già. Siamo invidiosi e vogliamo diventare come loro. Io mi consideravo più furbo perché lo sapevo. E perché ero più cattivo di loro.
Che coglione che ero.
Purtroppo, l'ho capito solo quando mi hanno scuoiato via la faccia."

23.12.13

Scappa! / cap. XVI

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XVI -



Michela è distesa.
Sono distesa?
Si guarda intorno.
Ci sono strisce rosse alle pareti.
La cosa le mette ansia.
Adesso mi alzo...
I legacci intorno alle caviglie e ai polsi si tendono e le fanno male. Michela ruota la testa indolenzita verso la mano sinistra e solo allora vede la vecchia corda sfilacciata che le serra il polso. Alza lo sguardo. Ogni movimento è un'agonia, la testa le pulsa. La corda si infila tra le sbarre di ferro arrugginito della testiera di un vecchio letto. È un concetto semplice ma ci mette un po' ad assimilarlo. Il dolore le rende difficile ragionare.
Poi improvvisamente realizza di essere legata e la paura le schiarisce i pensieri.
Scalcia con forza e sente la corda che le ferisce la carne. Si agita, strattona la vecchia struttura del letto che geme, si piega, ma non cede.
Oddio ti prego no ti prego no ti prego no no no no!
"Così ti fai male" dice una voce maschile.
Michela si volta di scatto ma dalla sua posizione non riesce a vedere chi sta parlando.
"Io non voglio che ti fai male... Non voglio farmi male io. Questo è importante. Non voglio farti male. Spero che tu lo capisca..."
La voce è leggermente stridula, sabbiosa, come quella di qualcuno che non parla da molto tempo. E ha uno strano difetto di pronuncia, come se le sillabe scappassero dalla bocca.
"Liberami! Liberami subito, cazzo!" urla la ragazza.
"Non posso, mi dispiace..." ribatte la voce "scapperesti e urleresti. Ma io voglio solo aiutarti, davvero. Non voglio che ti succeda niente. O che lui ti trovi. Mi dispiace, mi dispiace tanto..."
L'uomo comincia a piangere. Michela suda freddo dalla paura.
"Ok, ok, sta' calmo... Liberami, ti prego, le corde mi fanno male. Io ti prometto che non scappo. Ma se mi liberi possiamo parlare... Ti prego..."
La voce singhiozza e parla e Michela fa fatica a capire le parole.
"Mi dispiace, non volevo farti male, mi dispiace. È che so che se la gente mi vede poi scappa. Non era così prima. È per questo che non esco. Ma purtroppo ho incontrato lui, non volevo che finisse così. Mi dispiace..."
Michela comincia a capire.
"A te..." Michela prova a chiedere "a te... Cosa ha preso?"
Sente l'uomo che si alza e le si avvicina strascicando i piedi.
Merda... Non ti avvicinare brutto stron... L'uomo entra nella sua visuale e Michela deglutisce a vuoto, la bocca secca per la paura.
Al posto del viso ha delle bende incrostate di sangue rappreso. Le strisce di stoffa sono tirate, il pus le chiazza di giallo dove dovrebbe esserci il naso. Gli occhi senza palpebre sono iniettati di rosso, i capillari rotti, la bocca mostra i denti anneriti e sul mento cola bava. L'uomo sputa quando parla.
"Mi ha rubato la faccia..." dice biascicando le parole in quella bocca senza labbra.
Michela non riesce a credere ai suoi occhi. E solo allora realizza. La figura senza torso, Clara senza cuore, il suo carceriere senza faccia. È una ragionamento folle ma è l'unico sensato in quella situazione.
Non è un'allucinazione. Non è un sogno né la droga. Questi sono i relitti che si è lasciato dietro. Sono gli scarti. Si è costruito con i pezzi degli altri. È una specie di Frankenstein. È un ladro... E siamo tutti sue vittime...
"Tu... Come ti chiami?"
"Raoul... Tu?"
"Michela... Senti, non è che mi libereresti?"
E nell'assurdità della situazione, Raoul scioglie le corde con dolcezza e la libera. Solo allora la ragazza, mettendosi a sedere sul letto, nota le spalle curve, il non incrociare mai il suo sguardo, la paura.
Quel ragazzo è terrorizzato da lei.
Allora Michela fa una cosa che la sorprende. Se ne rende solo conto dopo aver finito di parlare ma oramai è troppo tardi. Guarda Raoul che cerca di non incrociare il suo sguardo e si è allontanato da lei. Lo osserva bene, poi sospira, sorride e gli dice:
"Racconta."

16.12.13

Scappa! / cap. XV

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XV -



La scala sfocia in un corridoio di poco più largo. Non ci sono finestre e a intervalli regolari spuntano dal muro delle applique di bronzo che pendono come grappoli d'uva luminescenti. Sui muri c'è una carta da parati a righe rosse e panna orizzontali. Il corridoio si perde in profondità e le linee rette aumentano il senso di vertigine. Michela zoppica in avanti. È tesa e il silenzio tombale che la circonda aumenta la sua ansia.
Il corridoio sembra andare avanti all'infinito. La ragazza non ha altra scelta se non procedere. All'improvviso, sulla destra appare una svolta. È un altro corridoio stretto e lunghissimo. Le linee ipnotiche della carta da parati lo nascondono dal punto di vista forzato di chi avanza lungo la diramazione principale. Michela se l'è ritrovato a fianco prima di realizzare cosa fosse. A prima vista, non ci sono porte né altre svolte. Anche questo nuovo corridoio sembra andare avanti all'infinito. Stesse linee rosse e panna alla pareti, stesse applique bronzee a illuminare il pavimento scuro. Michela non sa che fare e resta lì, in piedi. I due corridoi sono uguali. La ragazza tende l'orecchio ma niente, lo stesso silenzio.
Sono davvero da sola? si chiede e ha paura della risposta. La mano gocciola sangue e Michela si rende conto della ferita solo adesso. Non ha niente con sé per fasciarsi la mano e così la preme forte sulla gonna e meccanicamente ricomincia ad avanzare lungo il corridoio originale.
Almeno in questo modo tengo le scale da cui provengo come punto di riferimento. Sempre meglio di niente.
Dopo una decina di passi il dolore alla coscia e alla mano si sono fatti più acuti. L'atmosfera rarefatta del corridoio la fa rabbrividire. A intervalli regolari si aprono nuove diramazioni, a destra e a sinistra. Tutte uguali tra loro.
È un cazzo di labirinto... e con la mano ferita stringe la gonna. Non sa se la cosa possa aiutarla davvero a fermare l'emorragia ma non ha idee migliori. I nuovi corridoi appaiono all'improvviso, tutti rossi e panna. A Michela comincia a girare la testa. Forse la stanchezza, forse il ripetersi ossessivo dei colori o forse la perdita di sangue.
Alla fine, svolta a destra. Per quanto a prima vista sia del tutto identico al precedente, c'è qualcosa di differente in questo corridoio. Questa sensazione appena accennata la risveglia dal torpore in cui era caduta. Continua a camminare, cercando di capire cos'è che l'ha colpita.
Il corridoio è in leggera salita?
Si volta. A parte l'effetto ottico di profondità infinita dato dalle linee sul muro, non le sembra proprio che ci sia un dislivello.
Ci mancava solo il labirinto... Se non è il pavimento allora...
Si ferma di scatto. Davanti a lei c'è un incrocio a T. E solo allora realizza. Una variazione di temperatura nell'aria. Una sorta di corrente. Troppo esile per definirla uno spiffero, la percepisce nettamente sulle gambe.
Se c'è una corrente d'aria, forse c'è una finestra, o una porta!
Michela ci spera, ci spera tantissimo ma seguire la debole traccia si rivela più difficile del previsto. Spesso imbocca una delle svolte nascoste e spesso è costretta a tornare sui suoi passi. Si accorge di aver lasciato una traccia di macchie di sangue sul pavimento e quando le incrocia sa di essere già passata di là. Ma la cosa non l'aiuta a capire da dove provenga quel debole refolo d'aria.
Non sa da quanto è chiusa in quel labirinto. Non si è neanche sorpresa nel trovare una struttura così assurda sui suoi passi. Il confine tra cosa è realtà e cosa è frutto della sua immaginazione ormai è così labile che le sue sensazioni sono basilari. Paura, caldo, freddo.
Speranza.
Speranza di trovare una porta, una finestra, una via di fuga qualsiasi. Non è importante se si tratta di un sogno o di un'allucinazione. Non è importante se il suo corpo giace privo di sensi nella sua automobile sotto la pioggia o se in quel preciso momento il ragazzo che l'ha drogata la sta stuprando dopo aver chiamato un gruppo di amici che aspettano il proprio turno e registrano con i cellulari.
Solo scappare da lì è importante. Scappare da quella casa e dai mostri che contiene.
La corrente d'aria si fa più forte a ogni svolta. Michela è sulla strada giusta. Aumenta il passo. Una svolta, poi un'altra ancora e finalmente la vede. Una porta di legno scuro che stacca nettamente dal panna e dal rosso che la circondano.
La porta è socchiusa e il vento la fa oscillare lentamente sui cardini. Michela, terrorizzata dal fatto che una folata più forte possa richiuderla, comincia a correre. Sempre zoppicando, sempre ferita, non presta attenzione a nient'altro che non sia la porta.
Ti prego non chiuderti. NON CHIUDERTI!
Non si accorge della figura che l'aspetta accovacciata nell'ultimo corridoio sulla destra finché non è troppo tardi. L'uomo scatta e la scaraventa contro il muro. Michela non riesce a proteggersi e sbatte violentemente la testa. La vista le si annebbia mentre un viso completamente bendato si china su di lei. Bende bianche si alternano ad altre cremisi, proprio come nel corridoio.
Il rosso... Il rosso è sangue...

9.12.13

Scappa! / cap. XIV

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XIV -



Michela comincia a correre. Sente Clara che le urla di fermarsi ma non si volta neanche. Non sa dove andare, non ha punti di riferimento. Vuole solo allontanarsi il più possibile da quel... Quel mostro!
La figura emaciata e vestita di stracci spunta da dietro un mucchio di mobili all'improvviso. Cerca di intercettare la corsa della ragazza ma Michela strilla e le dà una spinta. La figura si piega come un lenzuolo là dove dovrebbe esserci il busto. Le braccia sono due pezzi di scopa legati alla meno peggio alla testa e il cranio è disarticolato rispetto alle gambe. La figura manca totalmente del petto e degli arti superiori. Rotea su se stessa, inciampa nel lenzuolo che la riveste e crolla a terra.
Michela corre a più non posso, i muscoli delle belle gambe che le bruciano, i polmoni in fiamme. Vorrebbe piangere e urlare ma non ha abbastanza fiato e quindi continua a lanciarsi in avanti. Un dolore acuto alla coscia la costringe a fermarsi. Zoppica. Si volta. È sola. Gira su se stessa, facendo attenzione a non poggiare il peso sulla gamba offesa.
Mi sono solo strappata un muscolo. Basta fare attenzione. Solo strappata. Se cammino piano va tutto bene...
Le sue orme sul pavimento polveroso sono chiaramente visibili ma né Clara né la figura spezzata sembrano essere sulle sue tracce. Michela continua a camminare e poi realizza che ha corso sempre in linea retta... ma è partita da un angolo della gigantesca stanza. Se cammino verso sinistra prima o poi dovrei riavvicinarmi al muro... pensa, e così fa. Cammina zoppicando, si volta di tanto in tanto e tenta di non lasciare nessuna impronta nella polvere. Cerca di penetrare l'oscurità indistinta di fronte a lei. Ritrova il muro. Stranamente, il contatto con la parete rugosa la tranquillizza. La sua mente sconvolta si aggrappa a quel dettaglio di realtà in quell'incubo che è diventato la sua vita. Non stacca la mano dalla parete. Continua a camminare, la gamba che fa male, la vista offuscata, la paura che torna a tratti e allora getta un'occhiata dietro di sé ma nessuno la segue. Ha una stretta allo stomaco. Avanza più per non scoppiare in un pianto isterico che per la speranza di trovare una via di fuga, quando la sua mano si chiude su un pomello.
Si blocca, lì per lì non è sicura di quello che ha afferrato. Si volta e lo osserva. È il pomello di una porta. Di quelli a sfera, d'ottone. Si scopre a stringerlo convulsamente, la mano che leggermente trema, le nocche sbiancate.
Si guarda intorno, preoccupata. Non c'è nessuno. Prova a girare di poco il polso. Una torsione minima, come se non potesse sopportare la delusione di scoprire che si tratta di un inganno, che è sigillata dentro quell'immenso ventre di balena per sempre.
Il pomello gira. Si sente uno scatto, la serratura si apre. Michela è in affanno, il fiato corto. La porta, nera come la parete tanto da mimetizzarsi, si socchiude un poco e si blocca.
Michela sta per scoppiare a piangere. Con un urlo selvaggio strattona la porta. Una, due volte. Alla terza l'anta cede di poco. Michela si incastra nello spiraglio e cerca di sgusciare dall'altra parte. La maniglia le preme sulla pancia, lo stipite le graffia la schiena.
"Aspetta!" urla la voce di Clara. Michela volta la testa, vede la ragazza e la figura vestita di stracci che corrono scomposte nella sua direzione. Sudore freddo le ghiaccia la schiena. Con uno strattone si strappa il vestito e riesce a passare. Sbatte la porta con forza, trova una chiave e gira e chiude e spezza la chiave nella serratura e si taglia il palmo della mano.
La porta rimbomba e sussulta sotto le spinte di Clara e del suo compagno. La voce stridula dall'altra parte urla parole incomprensibili. Michela scivola a terra, piange e si sporca la faccia di sangue passandosi la mano sul viso.
Con un ultimo sussulto la porta resta immobile. Michela si alza, la gamba sempre dolorante. Quell'improvvisa calma la spaventa più delle urla e dei tonfi. Si guarda intorno per la prima volta. È finita su dei gradini. Una lunga e stretta scala che finisce a neanche un metro della porta, si inerpica davanti a lei e conduce chissà dove. Non c'è nient'altro. La scala è stretta, ci passa giusto una persona. Ed è ripida, tanto che non si riesce a vedere cosa c'e in cima. Tornare indietro non è possibile. Clara e il suo mostruoso compagno potrebbero essere in agguato dietro la porta. Michela non può far nient'altro che percorrere gli stretti gradini e salire. Non c'è un corrimano ed è costretta ad appoggiarsi al muro.
Lascia una striscia di sangue che la segue mentre zoppica e sale.

2.12.13

Scappa! / cap. XIII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XIII -



"Ti... ti ha stuprata?" chiede in un sussurro Michela.
Clara l'osserva, come a cercare nella sua testa il significato di quella parola. Poi agita le mani davanti a sé: "No! Ma che dici!"
Michela non capisce. Cosa diavolo è successo quel giorno? E si scopre ad avere paura a chiederlo. Ma Clara riprende a raccontare: "E insomma, mi lavo. Mi faccio carina. Ci metto due ore a scegliere cosa mettermi. Provo a truccarmi ma per l'emozione esagero e mi guardo allo specchio e sembro una che batte e mi tocca rifare tutto da capo ma alla fine riesco a darmi una sistemata ed esco.
Ci metto un po' a trovare la strada. Mi aveva dato indicazioni per una parte della città che non conoscevo. Sai che per un momento ho persino pensato di non andare? Ero già per strada. Camminavo cercando di stare tranquilla. Ero un po' tesa... Comunque, a un certo punto mi sono vista con la coda dell'occhio in una vetrina. Mi sono fermata e mi sono osservata per bene. Truccata, con il decolté in evidenza, strizzata in una maglietta che non era la mia...
Non mi sono riconosciuta. Non ero io quella. E stavo per tornare indietro. Ti giuro! Tornare indietro... Per far cosa poi? Per mettermi alla scrivania e studiare? A piangere sul letto per quanto ero deficiente? Mi sono girata. Quella vita era finita. Ero una donna nuova, adesso. E avevo un appuntamento a casa del mio uomo. Mi sono rimessa in cammino e mi ci è voluto davvero tantissimo a trovare l'indirizzo che mi aveva dato. Ma per tutto il tragitto ho sorriso. Il mio uomo. Lo sentivo mio. Ero già sicura di noi. Che stupida...
Avevo una voglia matta di lui. Avevo una voglia matta di sentire la sua mano in mezzo alla gambe. Accelero il passo, sento caldo e apro un po' la giacca. Incrocio un ragazzo che al volo mi lancia uno sguardo alle tette.
Sorrido. Sono felice. Ci metto più di un'ora ma alla fine trovo la via giusta. Tutta la zona sembra abbandonata. Finestre sporche, persiane sprangate, facciate dall'intonaco scrostato e balconi dai vasi pieni di erbacce secche. Quando arrivo davanti al suo portone, ho un po' paura. Mi schiarisco la voce e suono. Il portone si apre con uno scatto. Nessuno mi ha risposto, infilo la testa e chiedo se c'è nessuno. C'è l'eco nell'androne. La mia voce rimbalza e per un po' nessuno risponde. Poi una luce illumina la grande sala là in fondo e la sua voce mi dice di raggiungerlo.
Arrivo.
Mi aspetta sulla soglia.
Entro.
Mi bacia.
Lo lascio fare, anche se ha la lingua fredda. Non mi importa. Lo voglio.
Stranamente, solo allora mi accorgo che quando mi ha chiamato la sua, di voce, non ha avuto eco.
E la cosa mi terrorizza."
Clara resta in silenzio. Tanto Michela è sexy nel suo vestito nero, tanto è trascurata lei nei suoi stracci raccattati in giro chissà dove. Eppure entrambe sono vittime. E per quanto Michela sia finita in quella situazione per caso, non riesce a condannare la stupidità dell'altra. Ha provato sulla sua pelle il fascino del loro ospite e ha sentito anche lei il freddo di quella lingua in bocca.
"Clara, mi dispiace tanto..."
Clara alza gli occhi, ha le guance rigate di lacrime e le labbra tremano mentre cerca di trattenersi. Non ce la fa e scoppia in un pianto a dirotto e singhiozza le parole mentre dice: "Sono stata un'ingenua... Una stupida... Si è preso tutto. Tutto di me. Si è preso i miei sogni, il mio amore, la mia solitudine, si è preso la mia anima..."
Clara si sbottona la camicetta. Michela sbianca e si alza di scatto. Il petto della ragazza è squarciato, la gabbia toracica aperta verso l'esterno, le ossa spuntano dalla pelle lacerata come denti rotti, il sangue rappreso è una crosta putrida. La cavità sotto lo sterno è esposta e c'è un buco grande quasi quanto un pugno.
"Si è preso il mio cuore."

25.11.13

Scappa! / cap. XII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XII -



Gli occhi di Clara brillano nella penombra. Michela la guarda e si commuove un po'. Non pensava che il terrore di quelle ultime ore si potesse sciogliere così.
Poi un dettaglio le si pianta in testa.
Zoppicava...
Michela si alza di scatto e afferra Clara per le spalle. La tazza col tè cade in terra e va in mille pezzi.
"Zoppicava? Zoppicava davvero?! Sei uscita con LUI!?!"
"È bello, vero?"
"Clara, quel coso è una specie di... di mostro! Che è successo? Ti ha violentata? Come sei finita qua dentro a ..."
Michela fa un passo indietro e guarda la ragazza inorridita, poi con un gesto indica il misero accampamento e sussurra: "Tu vivi qui adesso... vivi con lui..."
Clara la guarda, con il solito sguardo bovino. Poi esplode in una risata che riecheggia nell'aria e rotola sulle assi nere del pavimento, perdendosi nell'oscurità malamente rischiarata.
"E come potrei vivere con lui? Lui è una specie di... di... Vedi, lui è a metà tra un incubo e un dio..."
Michela si mette di nuovo seduta. Guarda Clara e furtivamente controlla che non ci sia nessun altro. Lascia vagare lo sguardo nella penombra ma non c'è alcun movimento. O almeno così le sembra. Si rivolge di nuovo alla sua compagna.
"Tu sai uscire da qui? Sai uscire per davvero?" dice Michela sottolineando le due ultime parole.
Clara la rassicura: "Certamente. Ma c'è tanta strada da fare."
"Già..." sussurra Michela. Vorrebbe scappare... ma dove? Ormai non ho altra scelta. Allucinazione indotta dalla droga, brutto sogno, qualunque cosa sia quella che sta vivendo, non riesce a svegliarsi. E così si aggrappa all'unica speranza che le resta.
Devo raggiungere la macchina...
L'auto non si può muovere ma è fuori. L'auto è reale. È in una strada reale da cui si può scappare, correre il più lontano possibile da lì. Deve riuscire a raggiungere l'auto. E quella ragazza è la sua unica speranza.
Quel mostro l'ha corteggiata e lei è finita qua, prigioniera. Io col cazzo che faccio la sua fine...
"Clara..."
La ragazza, con uno scatto, si riprende dallo stato catatonico in cui è caduta, persa nei suoi ricordi.
"Clara... cos'è successo dopo?"
"Siamo usciti. Era bello. Te l'ho già detto che era bello? Tutte quelle ore passate china sul tavolo della cucina a studiare. Tutti quei libri letti perché non avevo niente da fare. Tutte quelle ore passate in silenzio perché non avevo nessuno con cui parlare... bè, non c'erano più. Lui le aveva soffiate via dalla mia vita come si fa con la polvere.
PPFFF!!!
Via!
Io... a volte vorrei poter ricordare di più. Quei giorni sono... confusi. Siamo usciti. Lui mi ha detto che era caduto dal motorino e per questo doveva usare le stampelle. Si prendeva in giro da solo e arrossiva... Io ero persa. Abbiamo passeggiato per un poco. Poi seduti in un bar per la maggior parte del tempo. Sì... un bar.
E anche una panchina. Sotto un albero. Mi ricordo che faceva freddo ma non mi importava. Ero così felice. Ma la sai la cosa più stupida? Quella che mi ha fatto piangere di felicità? La sera. A letto. Ero a letto dopo quella splendida giornata passata a chiacchierare e a ridere e mi suona il cellulare. Mi devo alzare perché a quell'ora non mi cercava mai a nessuno e lo lasciavo spesso in giro. Ce l'avevo nella borsa. Mi ricordo che ho pensato che fosse qualche pubblicità ma che per fortuna aveva suonato così lo potevo mettere in carica che me l'ero scordato. Sono scesa dal letto. I piedi sul pavimento freddo. Ho saltellato, rabbrividendo ad ogni passo. Ho cercato il cellulare. Come al solito, si era infilato in una tasca laterale e ho dovuto svuotare tutta la borsa per trovarlo. Alla fine lo prendo. Lo schermo si illumina e allora leggo il messaggio.
Era lui.
Nessuna pubblicità.
Solo lui.
Mi scriveva che era stato bene oggi e mi augurava la buonanotte. E io ho cominciato a piangere. Piano piano. Tutti quegli anni da sola che si scioglievano sotto la luce di quel piccolo schermo. Sotto quelle poche parole. Sotto quella piccola carezza virtuale. Mi sono avvolta nelle coperte continuando a fissare lo schermo che brillava nell'oscurità della stanza. Ho letto e riletto quel messaggio come una preghiera fino da addormentarmi.
La mattina dopo mi sono svegliata di soprassalto e mi sono subito resa conto che avevo fatto una stupidaggine. Non gli avevo neanche risposto. Che imbranata! Ho scritto un messaggio di buongiorno chiedendogli scusa ma non avevo sentito il cellulare la sera prima. Gli chiedevo che cosa facesse durante la giornata. Gli mandavo uno smile col bacio.
Una bugia e un bacio, questo era il meglio che sapevo fare.
Mi ha risposto dopo un po', mentre mi lavavo i denti di corsa che ero in ritardo per andare a lezione.
Mi diceva che non c'era problema per la buonanotte e che purtroppo era bloccato a casa con la gamba dolorante. Mi chiedeva scusa se era così un catorcio questo periodo e mi confessava che però gli andava moltissimo di rivedermi.
E mi invitava a casa sua."
Clara tace. Michela si è portata una mano alla bocca, istintivamente. Quando la ragazza ricomincia a parlare, la sua voce è un sussurro: "E sai? Io ho pensato che forse dovevo pensare ai preservativi. Ti giuro! Ho pensato che forse avrei fatto per la prima volta l'amore! Ed ero proprio felice che fosse lui. E speravo non facesse male e forse era meglio aspettare che non ci eravamo ancora baciati e insomma, tutte quelle cose da donna lì. Ma non ero preoccupata. Oddio, un po' sì. Ma ero felice di avere certi problemi. Erano normali. Una ragazza certi problemi ce li deve avere, finalmente erano problemi da donna.
Ero proprio una stupida... Mica ho pensato a... a..." la voce le si strozza in gola e indica se stessa. Non la casa, non i mobili ammucchiati nel rifugio, non le bambole e il servizio da tè. Con un gesto semplice, sottolinea la sua figura emaciata, pallida, scarmigliata.
"Non ho pensato che mi avrebbe strappato il cuore."

18.11.13

Scappa! / cap. XI

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XI -



C'è uno strano silenzio nella grande sala. Michela e Clara sono sedute una di fronte all'altra. Clara piange. Singhiozza piano. Michela non se l'aspettava e non sa che fare. Così resta seduta senza il coraggio di alzare lo sguardo. La ragazza tira sul col naso e si passa una mano sul viso smocciolandosi poi tutta la manica.
E continua: "Scusa. È che fa ancora male... È una cosa strana. Quando pensi che non ti interessa più, che sei diventata grande, che ci hai fatto pace... Torna e ti butta giù e ti ritrovi a piangere come un'adolescente sul letto.
Comunque, mi ha chiesto di uscire. Io non sapevo proprio che rispondergli. Andava bene tra di noi, davvero bene. Se però io rimanevo nascosta dietro una tastiera. Dal vivo... dal vivo che potevo fare? Non avevo nessuna esperienza! Ero cresciuta da sola. Non sapevo baciare. Oddio, e se mi baciava? Ho spento il computer senza neanche salutarlo.
Ho afferrato la borsa e sono uscita di casa con la scusa di dover fare un salto in biblioteca. L'ho detto ad alta voce alle mie coinquiline a cui, ovviamente, non fregava nulla. Uscire serviva a me. Dovevo stare lontana dal PC, lontana dalla tentazione. Non ho acceso quel coso per tre giorni.
Nel frattempo sono andata in giro, ridevo, facevo finta di niente. Ma non ero presente. Avevo un chiodo conficcato in testa perché sapevo che mi piaceva. Mi piaceva da morire. Mi piaceva ogni cosa di lui. Ma cercavo di essere razionale. Non l'avevo mai visto! Come facevo a dire che mi piaceva? Mi ero completamente rincoglionita? Aveva on-line poche foto e mostravano sempre e solo il viso. Anche le mie erano così, quindi eravamo pari. Ma le mie servivano a nascondere il culone e le poche tette.
Ma lui? Che problema aveva? Aveva un viso a dir poco meraviglioso. Che fosse un ciccione? Guardavo i ragazzi in facoltà e montavo la sua faccia sui corpi degli altri. Cercavo di ricostruirlo con l'immaginazione. Era alto? Basso? Tentavo di convincermi che c'era sicuramente qualcosa che non andava in lui. Che era tutto sbagliato. Che era una fregatura, una stronzata da cerebrolesa e che neanche in un film della Disney poteva funzionare una cosa così. Ma più negavo il tutto, più ci ricascavo dentro.
La cosa terribile è stata quando me lo sono sognato. C'ero io che andavo in facoltà e dovevo preparare un esame di chimica. Io mica la studiavo chimica all'università ma era la materia che più odiavo al liceo. Stavo da sola in quella stanza enorme. Noi non avevamo stanze del genere in facoltà. Comunque, era enorme la stanza ed enorme pure la lavagna. Era piena scritte e disegni, di composti chimici e di formule. E io sapevo che quello era il mio esame e che non avevo la più pallida idea di cosa ci fosse scritto. Quindi uscivo dalla stanza e andavo alla macchinetta a prendermi un caffè. Di solito non si può uscire durante gli esami ma io lo facevo senza problemi e andavo alla macchinetta. Ma non c'era la macchinetta, c'era un bar. E io chiedevo uno spritz. E nei corridoi non c'era nessuno.
E poi arrivava lui. Sapevo che era lui anche senza girarmi. Mi arrivava alle spalle. Mi abbracciava, io sentivo il calore del suo corpo lungo tutta la schiena. Mi baciava il collo, la nuca. Sentivo le sue mani calde su di me.
E poi c'era un sacco di gente nei corridoi. E io sentivo la sua mano in mezzo alle gambe.
Era calda.
E mi piaceva.
Mi piaceva un sacco che mi toccasse. E che lo facesse davanti a tutti.
Sentivo la sua mano e mi ci appoggiavo con il bacino.
Mi ci strusciavo.
Lo volevo sentire dentro di me.
Abbiamo cominciato a fare l'amore. Spingeva e ci muovevamo all'unisono. Io ero appoggiata al bancone e pensavo che, se avessi dovuto sollevare lo spritz, probabilmente non ce l'avrei mai fatta perché mi tremavano le mani. Lui, da dietro, continuava a spingere. La sua mano, sempre in mezzo alle gambe, mi teneva ferma e accompagnava il movimento accarezzandomi...
Mi sono svegliata zuppa. Pensavo mi fosse venuto il ciclo ma no.
Lo volevo. Lo volevo come mai nessun altro nella vita. Non me ne fregava niente se era ciccione o alto o basso. Non mi fregava niente se era uno stupratore o un maniaco o se tutto quello che mi aveva scritto erano solo bugie. Lo desideravo come mai avevo desiderato niente nella vita. Mi aveva riempito le giornate. Mi aveva fatto sentire meno sola. Era diventato il mio punto di riferimento. E io c'ero cascata.
Ero innamorata.
Ho acceso il PC. Lui era connesso. Non l'ho neanche salutato. Gli ho scritto tutto. Che mi dispiaceva essere sparita, che magari adesso mi odiava ma che mi ero spaventata a morte per la sua richiesta ma che sì, volevo uscire con lui se ancora voleva, che se non voleva lo capivo e che aveva ragione a essere arrabbiato e che stavo lì e che se voleva uscire ero davvero felice.
Ci ha messo un po' a rispondere. Ho aspettato. Quasi non respiravo. Poi mi ha scritto che ci saremmo visti l'indomani, se per me andava bene.
Io, quella notte, non ci ho dormito per l'ansia. Il giorno dopo ho persino chiesto una maglietta un po' scollata a una mia coinquilina. Volevo farmi bella per lui. E quando sono andata all'appuntamento e l'ho visto arrivare...
Bè, ci credi se ti dico che ero talmente cotta che non mi sono neanche accorta che zoppicava?!"

11.11.13

Scappa! / cap. X

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- X -



Michela ascolta la storia di Clara. Vorrebbe interromperla. Non gliene frega niente dei suoi amori adolescenziali. Vuole solo uscire da là. Ma Clara è la sua unica opzione. Lei, o farsi stuprare dal ragazzo più bello che abbia mai visto, ma con le gambe deformi e piene di tumori e la lingua gelata e tagliente. Al solo ricordo del contatto intimo con quell'appendice anatomica inumana, Michela deve trattenere un conato. Clara non se ne accorge e continua a parlare.
"Che certo, se te la racconto così non ci capisci niente. È che stavo da sola. Mi sentivo sola. Avevo un sacco di amici, ma c'è un'età in cui avere un maschio, o comunque una storiella, è fondamentale. Sennò sei una cozza. Cioè, una indesiderabile. E allora pensi che non ci sarà mai nessuno per te. E hai paura. Che poi, paura di che... Ma vabbè, è paura di restare sola per sempre. Però non puoi darla neanche in giro, che se no diventi una zoccola. E certe etichette ti rimangono attaccate. E se le tue amiche cominciano a parlare di pompini, loro che sono fidanzate e possono, e te hai passato la serata davanti alla tv con mamma e papà... Ecco... È complicato. Almeno, per me lo è stato. C'era una che si chiamava Annabella. Era brutta. E non aveva neanche interesse a sistemarsi un attimo. Era la mia salvezza. Lei era ultima. Io almeno penultima. Poi si fidanzò anche lei. Con uno che balbettava e portava gli occhiali e con la scoliosi. Nessuno voleva uscire con loro. Li chiamavano Miss e Mister Schifo. Ma almeno loro il pomeriggio li vedevi passeggiare insieme lungo il corso. Io stavo in un angolo, seduta sulla panchina, e ridevo quando gli altri ridevano. Ma tutti gli altri stavano abbracciati a qualcuno. Il tipo che mi piaceva, quello del primo bacio e della mano in mezzo alle gambe, una settimana dopo che ero scappata via si era fatto il motorino e c'aveva rimorchiato una che abitava dieci chilometri fuori dal paese. Tutti i giorni l'andava a prendere e la riportava. E così io stavo da sola.
Sola per tutto il liceo e quando sono arrivata qui per l'università... Ecco. In realtà ho capito che là almeno qualcuno conoscevo. Qui nessuno per davvero."
Clara ha ripreso colore. Non si interrompe più, racconta guardando il vuoto, continua a parlare e ogni intanto incespica sulle parole per la foga.
"Quindi arrivo qua, prendo una stanza con due ragazze più grandi. Era un seminterrato. Loro erano diverse. A volte vedevo dei ragazzi che si fermavano a dormire con una delle due. E raramente era lo stesso. L'altra aveva l'uomo lontano. Pensavo fosse più tranquilla, finché una notte non si portò un ubriaco a casa. Era sbronza pure lei. Il giorno dopo, a colazione, la incontrai e le dissi che finalmente oggi poteva presentarci il suo famoso ragazzo. Lei mi guardò, la voce impastata e il fiato che puzzava. Mi chiese quale ragazzo. L'ubriaco non passò più. Lei faceva così. Quando si sentiva sola, beveva troppo. E quando beveva troppo tornava a casa con qualcuno. Ma ovviamente al suo grande amore al telefono non glielo raccontava mai.
Oh, io non le giudicavo mica. Anzi. Un po' le invidiavo pure. Comunque sia, i primi sei mesi furono così, con io da sola a lezione. Avevo conosciuto un po' di colleghi e di gente di fuori che frequentava la facoltà come me. E qualche sera uscivamo anche. Un paio di loro si misero pure insieme e sai una cosa?
Ero felice per loro.
Davvero, io che avevo passato gli ultimi anni a rosicare per tutte le coppiette che si baciavano, per tutti quelli che camminano mano nella mano e ti costringono a scendere dal marciapiedi per farli passare, ecco, io ero in pace. Forse rassegnata. Andava bene così. Ed ero felice per loro. Alla fine, un paio di amicizie decenti ce le avevo. Avevo da studiare, potevo bestemmiare contro i professori e dare della zoccola alla mia vicina di stanza che strillava sfondami! sfondami! alle tre di mattina.
E poi, un giorno, lui mi ha scritto. Diceva che il mio contatto l'aveva rubato a lezione, sentendo il mio nome l'aveva indovinato. Io sapevo che non era possibile. La mia mail era pallinarosa83. Però aveva una foto del profilo incredibile. Roba da sbavarci appresso. Era bellissimo. Così ho cominciato a chattare con lui. Ero convinta che avesse sbagliato ad aggiungermi... ma sai cosa ho pensato?
Ho pensato che non me ne fregava niente.
Se ne sarebbe accorto prima o poi. Forse mi aveva scambiato per un'altra. Ma intanto mi faceva compagnia. Ed era divertente flirtare così. Mi sentivo protetta. Non andavo in ansia come quando qualcuno mi parlava dal vivo. Facevo battute ed ero simpatica e tutte quelle cose lì. Ci scrivevamo per ore. Lui lo faceva dal lavoro, diceva che ero io a fargli compagnia. Io intanto facevo finta di studiare. E sì, facevo persino un po' la zoccoletta. Proprio senza ritegno.
E poi è successo quello che non doveva succedere.
Mi ha chiesto di uscire."

4.11.13

Scappa! / cap. IX

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- IX -



La casa di Clara è un angolo. Michela si é seduta dove le è stato indicato, su di un vecchio cuscino buttato a terra, ma continua a lanciare un'occhiata alle sue spalle di tanto in tanto. L'immensa stanza nera resta silenziosa e deserta e la ragazza si gira verso la sua ospite. Ha accettato l'ospitalità di Clara ma segue con attenzione i preparativi del tè. Non si fida ma sta morendo di sete. Da quant'è che non beve? O non mangia? Così osserva i gesti rapidi e frivoli della sua ospite.
L'acqua viene fatta bollire, l'infuso è preparato in una teiera di fine porcellana e Clara ne versa due tazze. Beve prima lei e offre a Michela dei cracker. La fame e la sete hanno il sopravvento e Michela mangia anche le briciole e beve e chiede una seconda tazza. Clara è molto contenta. Poi si rivolge a una bambola appoggiata per terra lì vicino ed educatamente le chiede se vuole anche lei un po' di tè. E poi lo domanda a un orsetto e a un coniglio di peluche senza un occhio di bottone.
Stiamo giocando con le bambole a prendere il tè... pensa Michela. E stranamente non è spaventata. Clara è innocua. E un po' stupida.
Almeno credo...
E poi quella ragazza le serve, quindi beve ancora e posa la tazza sul piattino e chiede: "Tu vivi qui?"
Clara è stranamente sorpresa dalla domanda.
"In che senso?"
"Bè, il letto. Il fuoco... Le... Le bambole..." dice Michela indicando le cose. Clara osserva la sua ospite, segue i suoi gesti e poi torna a guardarla con un'espressione bovina.
"Io abito in via Verdi. Vicino alla metro."
Michela osserva l'abito strappato, i denti gialli, le unghie spezzate. E poi guarda il letto sfatto, le briciole a terra, la polvere smossa sul pavimento da mille passi e chiede: "Sei... Sicura?"
"Di cosa?"
"Di stare bene?"
"Certo! Che c'è che non va?"
Michela è tesa. Credeva davvero che quella ragazza potesse aiutarla a tornare a casa. Adesso non ne è poi così certa.
"E come ci arrivi a via Verdi?" chiede e la voce le trema.
"Dall'università prendo l'86. Oppure a piedi. Sarà un quarto d'ora."
"E da qui? Da questa casa, come ci arrivi?"
"Non ci devo mica arrivare. Manca ancora un po' agli esami. Sai, economia politica ho deciso di farlo subito che mi dicevano che era tosto e io ho fatto il classico e non sono passati manco sei mesi dalla maturità e già non mi ricordo più niente di matematica."
Sorride e continua a ciarlare. Michela le osserva la faccia sporca, i capelli bianchi che striano di grigio il cespuglio mai spazzolato che ha in testa.
Ma quanti anni ha? Trentacinque? Trentotto? e glielo chiede.
"Ne ho ventidue. Ma di solito me ne danno diciannove."
Sorride e Michela si accorge che le manca un dente.
"Ma quando inizieranno gli esami... tu sai uscire da...da qua?"
Clara, sguardo bovino. Poi ride.
"Ma certo. Te lo faccio vedere. Domani però. Stasera ci facciamo le chiacchiere tra donne, eh?"
Michela, sorriso stretto, fa cenno di sì con la testa. È una speranza. Mai fidarsi, ma perfino una speranza così è pur sempre meglio che vagare in tutto quel nero che la circonda.
Michela non sa come proseguire la conversazione. Clara a tratti sembra spegnersi, resta fissa con un'espressione inebetita sul viso. Il silenzio cala sulle due mentre l'aria preme sul timpano. È un rumore costante di fondo, il sangue che pulsa in testa. Clara riprende a bere il tè, sguardo fisso nel vuoto.
"Ma cos'è questo posto?" chiede Michela, cercando di spezzare l'oppressione del silenzio.
"È una casa... O meglio, è casa sua."
"Del ragazzo?"
"Certo, non te l'ha detto?"
"Sì, ma è tutto confuso..."
"Eh, fico com'è, ti sconfonde proprio la testa" chioccia Clara "e pensa che la prima volta che mi ha mandato una foto via mail non ci volevo credere. Cioè, lo so, mi vedo come sono. Schifo non faccio ma non ho tette e c'ho il culo grosso. Però lo conoscevo da un po'. Sai, una di quelle cose nate via chat. Le mie coinquiline non capivano perché passavo tutto quel tempo davanti a internet. Pensavano studiassi... Comunque, ci sentivamo. Io... Io non sono mai stata una, come dire... di successo. Anzi. Cioè, un paio di ragazzi mi erano anche venuti dietro. Uno era pure carino. Gli ho dato il mio primo bacio. Mi ha messo una mano in mezzo alle gambe. Portavo i jeans. Non ho capito subito che voleva fare. Poi ha stretto la presa e mi ha infilato la lingua in bocca. Mi sono scansata e me ne sono andata. Stavamo su una panchina, in un giardino pubblico. Sono scappata via. Ho pianto nell'androne del palazzo prima di salire a casa. C'erano i miei, per fortuna guardavano la TV. Mi hanno salutato distratti. Sono schizzata in camera mia. Non ti dico che altri pianti dentro al cuscino per non farmi sentire. Lì per lì non l'ho capito subito, ma avevo sbagliato tutto.
Sai, le volte di notte che stavo da sola perché tutte le mie amiche erano uscite con i fidanzati e io non avevo nessuno e non mi andava di stare tutta la sera buttata in un angolo mentre gli altri pomiciavano... Ecco, sai quelle notti lì, sai che facevo?
Detto tra ragazze, sognavo.
Sognavo che non stavo da sola. Sognavo che gliel'avevo data su quella panchina..."

28.10.13

Scappa! / cap. VIII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- VIII -



Michela siede a terra. Clara canticchia mentre accende un fuoco usando un accendino, quella che sembra paglia e la gamba di una sedia come combustibile.
Dove diavolo se l'è procurata della paglia? pensa Michela e si guarda intorno.
Clara l'ha guidata su quel pavimento nero. Sembrava usare le cataste di mobili come punti di riferimento e procedeva spedita. Le aveva detto di seguirla e così Michela aveva fatto anche se, ogni tanto, lanciava un'occhiata alle sue spalle. La strana figura vestita di stracci continuava a seguirle cercando di nascondersi quando poteva. Più ridicola che minacciosa, le metteva comunque ansia. L'aveva detto a Clara. La ragazza l'aveva osservata, prima aggrottando le sopracciglia, e poi sorridendo.
E poi scoppiandole a ridere in faccia.
Michela aveva provato a chiedere cosa ci fosse di così divertente. Clara era tornata subito seria. Non le aveva risposto e si era avvicinata a un mucchio di mobili alla loro sinistra. Aveva alzato un lembo di un vecchio lenzuolo con uno scatto. Una nuvola di polvere era esplosa ad accompagnare il gesto deciso e Michela aveva cominciato a starnutire. Gli occhi le lacrimavano mentre Clara si era tuffata là sotto e aveva cominciato a rovistare borbottando tra sé e sé. Era riemersa dalla sua spedizione con un sorrisetto soddisfatto mentre Michela cercava di smettere di tossire. Aveva in mano dei soprammobili. Roba anni '70. Papere di coccio, bulldog seduti, alcuni cigni di Swarovski, un paio di Arlecchino di porcellana e un Pinocchio di legno.
Con un ululato aveva cominciato a scagliarli contro la figura di stracci, urlando a squarciagola che era un senza palle, un castrato, uno scherzo della natura, uno schifo, un idiota, un coglione, un figlio di puttana, un bastardo senza spina dorsale e col cazzo piccolo!
La figura aveva cercato riparo e poi si era allontanata singhiozzando. A Michela aveva fatto un po' pena mentre Clara ridacchiava e continuava a sussurrare: "Senzapalle, senzapalle, senzapalle, senzapalle, senzapalle, senzapalle".
La ragazza aveva ripreso il cammino strascicando i piedi sul parquet sconnesso e Michela non aveva avuto altra scelta se non seguirla.
Avevano camminato nel più completo silenzio in quella stanza immensa senza che Michela potesse scorgere un punto di riferimento, neanche una luce in lontananza. Lo strano chiarore che sembrava pervadere tutte le cose non aveva un'origine definita. Era dappertutto, era semplicemente lì, come la polvere su cui lasciavano le loro impronte. Avanzavano da sole sul nero del pavimento e camminavano tra i mucchi di mobili coperti dai bianchi lenzuoli.
Michela sentiva le gambe pesanti, i crampi ai polpacci le si arrampicavano sulle cosce e lungo la schiena. La vista le si offuscava a tratti. A volte si ritrovava quasi a sbattere contro quei mucchi bianchi.
Poi, improvvisamente, a Michela era sembrato di scorgere un angolo. Lo aveva fissato dapprima inebetita. In quell'allucinante traversata aveva dato per scontato che la stanza continuasse all'infinito. Pareti parallele che non si intersecavano mai. Eppure, quello era un angolo. Era la fine della stanza. Era un punto di riferimento.
Era tanto colpita da quell'evidenza geometrica che ci aveva messo un po' a capire che il mucchio di mobili incastrato tra le due pareti era diverso dal migliaio di altri che aveva incrociato. C'era un tavolo sgombro, con un lenzuolo come tovaglia. Delle sedie spaiate. C'era un materasso buttato a terra sotto una scrivania alta che gli faceva quasi da baldacchino. C'erano piatti, ceste piene di vestiti, c'era un portaombrelli colmo di parasole di seta bianca. Clara, canticchiando, aveva fatto una corsetta in avanti. Poi si era fermata di scatto. Aveva fatto finta di frugarsi in tasca e ne aveva tirato fuori una chiave immaginaria con cui aveva aperto una serratura che solo lei vedeva. Aveva spalancato la porta e con una piroetta aveva fatto un mezzo inchino rivolto a Michela, facendole segno di entrare.
"Benvenuta nella mia umile dimora, mia cara!"

21.10.13

Scappa! / cap. VII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- VII -



La porta sobbalza con un tonfo, i cardini scricchiolano e l’intelaiatura cede un poco. Michela salta dal divano e solo un conato di vomito le permette di non urlare. Si ritrova bocconi, un filo di bava dalla bocca scende lentamente. Si pulisce le labbra con il lenzuolo. L’odore di muffa le schiarisce la testa. Il rumore di zoccoli si allontana, come se il ragazzo stesse facendo il giro per sorprenderla alle spalle. Si alza, le gambe le tremano. Si guarda intorno, gli occhi ormai abituati all'oscurità. La stanza è molto più grande di quanto le fosse sembrata a una prima occhiata. È un immenso salone, come quelli dei film in costume. Il pavimento è fatto da pesanti assi scure leggermente sconnesse l'una con l'altra. La poca luce che si rifrange sulle increspature del legno fa assomigliare il parquet ad acqua sporca che placida ristagna. Pochi mobili, coperti da lenzuoli bianchi, interrompono quel nero. Michela si alza, fa un paio di passi e poi si ferma.
E adesso? si domanda mentre guarda la porta alle sue spalle. Tira su col naso e si massaggia la bocca ancora indolenzita per il bacio rubato.
Le chiacchiere stanno a zero. Devo uscire fuori di qui il prima possibile!
La casa però sembra sempre più grande e Michela decide di seguire il muro passo passo, cercando una porta che per ora non scorge nella penombra.
Si toglie le scarpe per non tacchettare sulle assi scure e cammina, infreddolita e spaventata, lungo pareti spoglie. I suoi unici punti di riferimento sono i mobili bianchi, ammassi polverosi che come iceberg galleggiano nel nero.
Dove cazzo si sarà nascosto? pensa mentre con una mano accarezza la parete dipinta di scuro. La stanza sembra andare avanti all'infinito e l'angoscia per il suo ospite non le fa notare che uno dei mucchi bianchi si muove verso di lei.
È grande come un uomo, ma più che camminare, è come se buttasse in avanti gambe e braccia in maniera disordinata, a casaccio, come se gli mancasse un busto a cui collegare i tendini per avere un movimento coordinato. Il rumore dei piedi sbattuti sul pavimento rimbomba nell'aria stantia.
Oddio no! Ti prego, no. Di nuovo, no! e indietreggia, sguardo fisso sul mucchio bianco. Michela si allontana dal perimetro rassicurante dei muri e corre via, lontano dalle pareti. Si volta e vede la creatura che inciampa nei suoi stessi stracci e cade rovinosamente contro un mucchio di mobili accatastati. Si ferma, incerta. Non è lui! Ma allora chi può... e urla sorpresa. Una ragazza l'ha appena sorpassata di corsa e si avvicina alla creatura agitando le mani per scacciarla.
"Sciò! Sciò!"
Il mucchio di stracci si rimette in piedi spezzandosi là dove dovrebbe esserci il torace e caracolla all'indietro. Si allontana e si perde nelle tenebre da cui era venuto.
La ragazza si gira e si avvicina a Michela. I passi nudi non fanno rumore sulle vecchie assi. Il suo vestito è una tunica drappeggiata intorno al corpo scheletrico, probabilmente uno dei lenzuoli che coprono la mobilia della stanza.
Michela si guarda intorno, spaventata. Cerca una via di fuga sul nero del pavimento. La ragazza se ne accorge e si ferma.
"Ciao!" urla "Sta' tranquilla, se n'è andato."
Fa un paio di passi: "È innocuo, anche se è un rompiscatole."
Michela smette di indietreggiare. La ragazza si fa più vicina.
"Io mi chiamo Clara. Tu?"
"Michela..."
"Sei stata brava prima. Non con il rompiscatole qua dentro, intendo proprio con lui. Lo zoppo. Mi è piaciuto come gli hai chiuso la porta in faccia. Questa casa è talmente grande che, storpio com'è, gli ci vorrà un po' a fare il giro."
La ragazza è a due passi, è bassa, i capelli in disordine, sporca in faccia e puzza un po'.
Sorride.
"Ci facciamo un tè?"