9.9.13

Scappa! / cap. I

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- I -



La pioggia batte forte sull'automobile e rimbomba sul tettuccio mentre le quattro frecce, col loro pulsare ritmico, accendono la scena a intervalli regolari. La ragazza tiene premuto il cellulare contro un orecchio e il palmo della mano contro l’altro. Si morde il labbro e riprova a telefonare. Merda di uno smartphone nuovo... Chiamate di emergenza un cazzo! pensa, e lo lancia con un gesto di stizza sul sedile del passeggero. Il telefono rimbalza e finisce sul tappetino con un piccolo tonfo.
La ragazza guarda fuori. Il muro d’acqua che si abbatte sul finestrino è uno scrosciare incessante. Abbassa lo sguardo sul vestito, sulla gonna corta, sulle calze a rete e sulle scarpe nere di vernice. Poggia una mano sulla scollatura a balconcino e valuta se la giacca scelta per quella sera possa essere utile contro un nubifragio. L’ombrello nella borsetta è piccolo, la pioggia la inzupperebbe comunque da capo a piedi appena messo il naso fuori dall'auto. Addio messa in piega, addio trucco leggero a sottolineare il verde dei suoi occhi. Che serata di merda... e colpisce piano il poggiatesta con la nuca.
Doveva vedersi con un tipo. Niente di troppo impegnativo, un amico di un collega che aveva conosciuto a un party aziendale. Le sue foto al mare, trovate su Facebook, mostravano due gambe allenate. E bei piedi, grandi e proporzionati.
Se la serata si fosse messa bene, se lui fosse stato carino ed educato, se non si fosse lamentato tutto il tempo dell’ex scappata con il migliore amico, se avesse insistito per pagare la cena e se non gli fosse puzzato il fiato, se tutto fosse andato nel modo giusto, insomma, aveva già deciso di finirci a letto. Per sicurezza aveva cambiato le lenzuola prima di uscire. Precauzione inutile. Il motore aveva iniziato a singhiozzare appena imboccata la via laterale che, secondo il navigatore, l’avrebbe portata davanti al ristorante. La macchina aveva proseguito un poco per poi fermarsi del tutto.
Era bloccata lì da forse un'ora.
Sospira. Volta la testa e guarda fuori, sconsolata. I lampioni rischiarano a malapena il marciapiede e i palazzi che svettano contro la pioggia. Sembrano case vecchie e nessuna delle finestre è illuminata. La ragazza è sola. Il cellulare non ha campo e le sue conoscenze di meccanica sono nulle, come le possibilità di scendere dall’auto e rimanere presentabile per una prima uscita. Aveva calcolato i tempi per arrivare con quel giusto ritardo al ristorante, odiava dover attendere il suo accompagnatore. Ritardo su ritardo, il cellulare che non prende... se fosse stata lei ad aspettare, si sarebbe già mandata a quel paese e se ne sarebbe tornata a casa.
Prova per un’ultima volta a far partire l’auto. Gira la chiave, affonda la frizione e dà un paio di colpi di acceleratore. Il motore singhiozza con delle forti scosse sussultorie per tre, quattro volte.
Ok, ‘fanculo la macchina, ‘fanculo la serata e ‘fanculo tutti. Voglio solo tornarmene a casa una doccia e a letto! pensa e scende dall’auto. La pioggia le fradicia le braccia e la testa nel tempo in cui tenta di aprire l’ombrello. La giacca è insufficiente, raffiche di vento le penetrano nelle ossa come se fosse nuda contro la tempesta. Le scarpe le si riempiono d’acqua appena poggia i piedi a terra. Armeggia col cofano e finalmente riesce ad aprirlo. Puzza di bruciato e il motore è un pozzo nero dai contorni indefiniti. Si guarda intorno, la strada è deserta. I palazzi sono dei giganti silenti. Con un singulto di rabbia e frustrazione sbatte forte il cofano.
E solo allora, la vede.
Una mezzaluna blu che avanza. Ondeggia sotto la pioggia con un ritmo spezzato. Avanza lenta, poi si piega improvvisa a sinistra, poi avanza, poi piega. Arriva sotto il breve cono di luce di un lampione. La ragazza aguzza gli occhi. La mezzaluna è un ombrello e sotto l’ombrello si intravede la figura di un uomo.
Zoppo.
La ragazza sta per vomitare. La sua reazione è completamente irrazionale, esagerata rispetto alla situazione. Cerca di calmarsi, dà la colpa al freddo, alla schiena zuppa nonostante la giacca, alle gambe praticamente nude. Ma il terrore le afferra lo stomaco e la fa piegare su se stessa. È una paura assoluta che la inchioda lì come davanti a un lupo in un bosco. È senza via di fuga.
Una folata di vento gelido le inzuppa la schiena e la fa trasalire. L’ombrello blu, piegato in avanti contro le intemperie, avanza verso di lei con quel ritmo asincrono tipico degli storpi. La ragazza si precipita nell’abitacolo. La maniglia è fradicia e le sfugge sotto le dita mentre cerca di afferrare lo sportello per tirarlo a sé.
La mezzaluna si accosta alla macchina. La ragazza geme. Si chiude dentro con un tonfo sordo. Fa scattare la chiusura centralizzata e si rannicchia sul sedile.
Ma da quando i denti mi battono così forte?!

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