25.11.13

Scappa! / cap. XII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XII -



Gli occhi di Clara brillano nella penombra. Michela la guarda e si commuove un po'. Non pensava che il terrore di quelle ultime ore si potesse sciogliere così.
Poi un dettaglio le si pianta in testa.
Zoppicava...
Michela si alza di scatto e afferra Clara per le spalle. La tazza col tè cade in terra e va in mille pezzi.
"Zoppicava? Zoppicava davvero?! Sei uscita con LUI!?!"
"È bello, vero?"
"Clara, quel coso è una specie di... di mostro! Che è successo? Ti ha violentata? Come sei finita qua dentro a ..."
Michela fa un passo indietro e guarda la ragazza inorridita, poi con un gesto indica il misero accampamento e sussurra: "Tu vivi qui adesso... vivi con lui..."
Clara la guarda, con il solito sguardo bovino. Poi esplode in una risata che riecheggia nell'aria e rotola sulle assi nere del pavimento, perdendosi nell'oscurità malamente rischiarata.
"E come potrei vivere con lui? Lui è una specie di... di... Vedi, lui è a metà tra un incubo e un dio..."
Michela si mette di nuovo seduta. Guarda Clara e furtivamente controlla che non ci sia nessun altro. Lascia vagare lo sguardo nella penombra ma non c'è alcun movimento. O almeno così le sembra. Si rivolge di nuovo alla sua compagna.
"Tu sai uscire da qui? Sai uscire per davvero?" dice Michela sottolineando le due ultime parole.
Clara la rassicura: "Certamente. Ma c'è tanta strada da fare."
"Già..." sussurra Michela. Vorrebbe scappare... ma dove? Ormai non ho altra scelta. Allucinazione indotta dalla droga, brutto sogno, qualunque cosa sia quella che sta vivendo, non riesce a svegliarsi. E così si aggrappa all'unica speranza che le resta.
Devo raggiungere la macchina...
L'auto non si può muovere ma è fuori. L'auto è reale. È in una strada reale da cui si può scappare, correre il più lontano possibile da lì. Deve riuscire a raggiungere l'auto. E quella ragazza è la sua unica speranza.
Quel mostro l'ha corteggiata e lei è finita qua, prigioniera. Io col cazzo che faccio la sua fine...
"Clara..."
La ragazza, con uno scatto, si riprende dallo stato catatonico in cui è caduta, persa nei suoi ricordi.
"Clara... cos'è successo dopo?"
"Siamo usciti. Era bello. Te l'ho già detto che era bello? Tutte quelle ore passate china sul tavolo della cucina a studiare. Tutti quei libri letti perché non avevo niente da fare. Tutte quelle ore passate in silenzio perché non avevo nessuno con cui parlare... bè, non c'erano più. Lui le aveva soffiate via dalla mia vita come si fa con la polvere.
PPFFF!!!
Via!
Io... a volte vorrei poter ricordare di più. Quei giorni sono... confusi. Siamo usciti. Lui mi ha detto che era caduto dal motorino e per questo doveva usare le stampelle. Si prendeva in giro da solo e arrossiva... Io ero persa. Abbiamo passeggiato per un poco. Poi seduti in un bar per la maggior parte del tempo. Sì... un bar.
E anche una panchina. Sotto un albero. Mi ricordo che faceva freddo ma non mi importava. Ero così felice. Ma la sai la cosa più stupida? Quella che mi ha fatto piangere di felicità? La sera. A letto. Ero a letto dopo quella splendida giornata passata a chiacchierare e a ridere e mi suona il cellulare. Mi devo alzare perché a quell'ora non mi cercava mai a nessuno e lo lasciavo spesso in giro. Ce l'avevo nella borsa. Mi ricordo che ho pensato che fosse qualche pubblicità ma che per fortuna aveva suonato così lo potevo mettere in carica che me l'ero scordato. Sono scesa dal letto. I piedi sul pavimento freddo. Ho saltellato, rabbrividendo ad ogni passo. Ho cercato il cellulare. Come al solito, si era infilato in una tasca laterale e ho dovuto svuotare tutta la borsa per trovarlo. Alla fine lo prendo. Lo schermo si illumina e allora leggo il messaggio.
Era lui.
Nessuna pubblicità.
Solo lui.
Mi scriveva che era stato bene oggi e mi augurava la buonanotte. E io ho cominciato a piangere. Piano piano. Tutti quegli anni da sola che si scioglievano sotto la luce di quel piccolo schermo. Sotto quelle poche parole. Sotto quella piccola carezza virtuale. Mi sono avvolta nelle coperte continuando a fissare lo schermo che brillava nell'oscurità della stanza. Ho letto e riletto quel messaggio come una preghiera fino da addormentarmi.
La mattina dopo mi sono svegliata di soprassalto e mi sono subito resa conto che avevo fatto una stupidaggine. Non gli avevo neanche risposto. Che imbranata! Ho scritto un messaggio di buongiorno chiedendogli scusa ma non avevo sentito il cellulare la sera prima. Gli chiedevo che cosa facesse durante la giornata. Gli mandavo uno smile col bacio.
Una bugia e un bacio, questo era il meglio che sapevo fare.
Mi ha risposto dopo un po', mentre mi lavavo i denti di corsa che ero in ritardo per andare a lezione.
Mi diceva che non c'era problema per la buonanotte e che purtroppo era bloccato a casa con la gamba dolorante. Mi chiedeva scusa se era così un catorcio questo periodo e mi confessava che però gli andava moltissimo di rivedermi.
E mi invitava a casa sua."
Clara tace. Michela si è portata una mano alla bocca, istintivamente. Quando la ragazza ricomincia a parlare, la sua voce è un sussurro: "E sai? Io ho pensato che forse dovevo pensare ai preservativi. Ti giuro! Ho pensato che forse avrei fatto per la prima volta l'amore! Ed ero proprio felice che fosse lui. E speravo non facesse male e forse era meglio aspettare che non ci eravamo ancora baciati e insomma, tutte quelle cose da donna lì. Ma non ero preoccupata. Oddio, un po' sì. Ma ero felice di avere certi problemi. Erano normali. Una ragazza certi problemi ce li deve avere, finalmente erano problemi da donna.
Ero proprio una stupida... Mica ho pensato a... a..." la voce le si strozza in gola e indica se stessa. Non la casa, non i mobili ammucchiati nel rifugio, non le bambole e il servizio da tè. Con un gesto semplice, sottolinea la sua figura emaciata, pallida, scarmigliata.
"Non ho pensato che mi avrebbe strappato il cuore."

18.11.13

Scappa! / cap. XI

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XI -



C'è uno strano silenzio nella grande sala. Michela e Clara sono sedute una di fronte all'altra. Clara piange. Singhiozza piano. Michela non se l'aspettava e non sa che fare. Così resta seduta senza il coraggio di alzare lo sguardo. La ragazza tira sul col naso e si passa una mano sul viso smocciolandosi poi tutta la manica.
E continua: "Scusa. È che fa ancora male... È una cosa strana. Quando pensi che non ti interessa più, che sei diventata grande, che ci hai fatto pace... Torna e ti butta giù e ti ritrovi a piangere come un'adolescente sul letto.
Comunque, mi ha chiesto di uscire. Io non sapevo proprio che rispondergli. Andava bene tra di noi, davvero bene. Se però io rimanevo nascosta dietro una tastiera. Dal vivo... dal vivo che potevo fare? Non avevo nessuna esperienza! Ero cresciuta da sola. Non sapevo baciare. Oddio, e se mi baciava? Ho spento il computer senza neanche salutarlo.
Ho afferrato la borsa e sono uscita di casa con la scusa di dover fare un salto in biblioteca. L'ho detto ad alta voce alle mie coinquiline a cui, ovviamente, non fregava nulla. Uscire serviva a me. Dovevo stare lontana dal PC, lontana dalla tentazione. Non ho acceso quel coso per tre giorni.
Nel frattempo sono andata in giro, ridevo, facevo finta di niente. Ma non ero presente. Avevo un chiodo conficcato in testa perché sapevo che mi piaceva. Mi piaceva da morire. Mi piaceva ogni cosa di lui. Ma cercavo di essere razionale. Non l'avevo mai visto! Come facevo a dire che mi piaceva? Mi ero completamente rincoglionita? Aveva on-line poche foto e mostravano sempre e solo il viso. Anche le mie erano così, quindi eravamo pari. Ma le mie servivano a nascondere il culone e le poche tette.
Ma lui? Che problema aveva? Aveva un viso a dir poco meraviglioso. Che fosse un ciccione? Guardavo i ragazzi in facoltà e montavo la sua faccia sui corpi degli altri. Cercavo di ricostruirlo con l'immaginazione. Era alto? Basso? Tentavo di convincermi che c'era sicuramente qualcosa che non andava in lui. Che era tutto sbagliato. Che era una fregatura, una stronzata da cerebrolesa e che neanche in un film della Disney poteva funzionare una cosa così. Ma più negavo il tutto, più ci ricascavo dentro.
La cosa terribile è stata quando me lo sono sognato. C'ero io che andavo in facoltà e dovevo preparare un esame di chimica. Io mica la studiavo chimica all'università ma era la materia che più odiavo al liceo. Stavo da sola in quella stanza enorme. Noi non avevamo stanze del genere in facoltà. Comunque, era enorme la stanza ed enorme pure la lavagna. Era piena scritte e disegni, di composti chimici e di formule. E io sapevo che quello era il mio esame e che non avevo la più pallida idea di cosa ci fosse scritto. Quindi uscivo dalla stanza e andavo alla macchinetta a prendermi un caffè. Di solito non si può uscire durante gli esami ma io lo facevo senza problemi e andavo alla macchinetta. Ma non c'era la macchinetta, c'era un bar. E io chiedevo uno spritz. E nei corridoi non c'era nessuno.
E poi arrivava lui. Sapevo che era lui anche senza girarmi. Mi arrivava alle spalle. Mi abbracciava, io sentivo il calore del suo corpo lungo tutta la schiena. Mi baciava il collo, la nuca. Sentivo le sue mani calde su di me.
E poi c'era un sacco di gente nei corridoi. E io sentivo la sua mano in mezzo alle gambe.
Era calda.
E mi piaceva.
Mi piaceva un sacco che mi toccasse. E che lo facesse davanti a tutti.
Sentivo la sua mano e mi ci appoggiavo con il bacino.
Mi ci strusciavo.
Lo volevo sentire dentro di me.
Abbiamo cominciato a fare l'amore. Spingeva e ci muovevamo all'unisono. Io ero appoggiata al bancone e pensavo che, se avessi dovuto sollevare lo spritz, probabilmente non ce l'avrei mai fatta perché mi tremavano le mani. Lui, da dietro, continuava a spingere. La sua mano, sempre in mezzo alle gambe, mi teneva ferma e accompagnava il movimento accarezzandomi...
Mi sono svegliata zuppa. Pensavo mi fosse venuto il ciclo ma no.
Lo volevo. Lo volevo come mai nessun altro nella vita. Non me ne fregava niente se era ciccione o alto o basso. Non mi fregava niente se era uno stupratore o un maniaco o se tutto quello che mi aveva scritto erano solo bugie. Lo desideravo come mai avevo desiderato niente nella vita. Mi aveva riempito le giornate. Mi aveva fatto sentire meno sola. Era diventato il mio punto di riferimento. E io c'ero cascata.
Ero innamorata.
Ho acceso il PC. Lui era connesso. Non l'ho neanche salutato. Gli ho scritto tutto. Che mi dispiaceva essere sparita, che magari adesso mi odiava ma che mi ero spaventata a morte per la sua richiesta ma che sì, volevo uscire con lui se ancora voleva, che se non voleva lo capivo e che aveva ragione a essere arrabbiato e che stavo lì e che se voleva uscire ero davvero felice.
Ci ha messo un po' a rispondere. Ho aspettato. Quasi non respiravo. Poi mi ha scritto che ci saremmo visti l'indomani, se per me andava bene.
Io, quella notte, non ci ho dormito per l'ansia. Il giorno dopo ho persino chiesto una maglietta un po' scollata a una mia coinquilina. Volevo farmi bella per lui. E quando sono andata all'appuntamento e l'ho visto arrivare...
Bè, ci credi se ti dico che ero talmente cotta che non mi sono neanche accorta che zoppicava?!"

11.11.13

Scappa! / cap. X

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- X -



Michela ascolta la storia di Clara. Vorrebbe interromperla. Non gliene frega niente dei suoi amori adolescenziali. Vuole solo uscire da là. Ma Clara è la sua unica opzione. Lei, o farsi stuprare dal ragazzo più bello che abbia mai visto, ma con le gambe deformi e piene di tumori e la lingua gelata e tagliente. Al solo ricordo del contatto intimo con quell'appendice anatomica inumana, Michela deve trattenere un conato. Clara non se ne accorge e continua a parlare.
"Che certo, se te la racconto così non ci capisci niente. È che stavo da sola. Mi sentivo sola. Avevo un sacco di amici, ma c'è un'età in cui avere un maschio, o comunque una storiella, è fondamentale. Sennò sei una cozza. Cioè, una indesiderabile. E allora pensi che non ci sarà mai nessuno per te. E hai paura. Che poi, paura di che... Ma vabbè, è paura di restare sola per sempre. Però non puoi darla neanche in giro, che se no diventi una zoccola. E certe etichette ti rimangono attaccate. E se le tue amiche cominciano a parlare di pompini, loro che sono fidanzate e possono, e te hai passato la serata davanti alla tv con mamma e papà... Ecco... È complicato. Almeno, per me lo è stato. C'era una che si chiamava Annabella. Era brutta. E non aveva neanche interesse a sistemarsi un attimo. Era la mia salvezza. Lei era ultima. Io almeno penultima. Poi si fidanzò anche lei. Con uno che balbettava e portava gli occhiali e con la scoliosi. Nessuno voleva uscire con loro. Li chiamavano Miss e Mister Schifo. Ma almeno loro il pomeriggio li vedevi passeggiare insieme lungo il corso. Io stavo in un angolo, seduta sulla panchina, e ridevo quando gli altri ridevano. Ma tutti gli altri stavano abbracciati a qualcuno. Il tipo che mi piaceva, quello del primo bacio e della mano in mezzo alle gambe, una settimana dopo che ero scappata via si era fatto il motorino e c'aveva rimorchiato una che abitava dieci chilometri fuori dal paese. Tutti i giorni l'andava a prendere e la riportava. E così io stavo da sola.
Sola per tutto il liceo e quando sono arrivata qui per l'università... Ecco. In realtà ho capito che là almeno qualcuno conoscevo. Qui nessuno per davvero."
Clara ha ripreso colore. Non si interrompe più, racconta guardando il vuoto, continua a parlare e ogni intanto incespica sulle parole per la foga.
"Quindi arrivo qua, prendo una stanza con due ragazze più grandi. Era un seminterrato. Loro erano diverse. A volte vedevo dei ragazzi che si fermavano a dormire con una delle due. E raramente era lo stesso. L'altra aveva l'uomo lontano. Pensavo fosse più tranquilla, finché una notte non si portò un ubriaco a casa. Era sbronza pure lei. Il giorno dopo, a colazione, la incontrai e le dissi che finalmente oggi poteva presentarci il suo famoso ragazzo. Lei mi guardò, la voce impastata e il fiato che puzzava. Mi chiese quale ragazzo. L'ubriaco non passò più. Lei faceva così. Quando si sentiva sola, beveva troppo. E quando beveva troppo tornava a casa con qualcuno. Ma ovviamente al suo grande amore al telefono non glielo raccontava mai.
Oh, io non le giudicavo mica. Anzi. Un po' le invidiavo pure. Comunque sia, i primi sei mesi furono così, con io da sola a lezione. Avevo conosciuto un po' di colleghi e di gente di fuori che frequentava la facoltà come me. E qualche sera uscivamo anche. Un paio di loro si misero pure insieme e sai una cosa?
Ero felice per loro.
Davvero, io che avevo passato gli ultimi anni a rosicare per tutte le coppiette che si baciavano, per tutti quelli che camminano mano nella mano e ti costringono a scendere dal marciapiedi per farli passare, ecco, io ero in pace. Forse rassegnata. Andava bene così. Ed ero felice per loro. Alla fine, un paio di amicizie decenti ce le avevo. Avevo da studiare, potevo bestemmiare contro i professori e dare della zoccola alla mia vicina di stanza che strillava sfondami! sfondami! alle tre di mattina.
E poi, un giorno, lui mi ha scritto. Diceva che il mio contatto l'aveva rubato a lezione, sentendo il mio nome l'aveva indovinato. Io sapevo che non era possibile. La mia mail era pallinarosa83. Però aveva una foto del profilo incredibile. Roba da sbavarci appresso. Era bellissimo. Così ho cominciato a chattare con lui. Ero convinta che avesse sbagliato ad aggiungermi... ma sai cosa ho pensato?
Ho pensato che non me ne fregava niente.
Se ne sarebbe accorto prima o poi. Forse mi aveva scambiato per un'altra. Ma intanto mi faceva compagnia. Ed era divertente flirtare così. Mi sentivo protetta. Non andavo in ansia come quando qualcuno mi parlava dal vivo. Facevo battute ed ero simpatica e tutte quelle cose lì. Ci scrivevamo per ore. Lui lo faceva dal lavoro, diceva che ero io a fargli compagnia. Io intanto facevo finta di studiare. E sì, facevo persino un po' la zoccoletta. Proprio senza ritegno.
E poi è successo quello che non doveva succedere.
Mi ha chiesto di uscire."

4.11.13

Scappa! / cap. IX

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- IX -



La casa di Clara è un angolo. Michela si é seduta dove le è stato indicato, su di un vecchio cuscino buttato a terra, ma continua a lanciare un'occhiata alle sue spalle di tanto in tanto. L'immensa stanza nera resta silenziosa e deserta e la ragazza si gira verso la sua ospite. Ha accettato l'ospitalità di Clara ma segue con attenzione i preparativi del tè. Non si fida ma sta morendo di sete. Da quant'è che non beve? O non mangia? Così osserva i gesti rapidi e frivoli della sua ospite.
L'acqua viene fatta bollire, l'infuso è preparato in una teiera di fine porcellana e Clara ne versa due tazze. Beve prima lei e offre a Michela dei cracker. La fame e la sete hanno il sopravvento e Michela mangia anche le briciole e beve e chiede una seconda tazza. Clara è molto contenta. Poi si rivolge a una bambola appoggiata per terra lì vicino ed educatamente le chiede se vuole anche lei un po' di tè. E poi lo domanda a un orsetto e a un coniglio di peluche senza un occhio di bottone.
Stiamo giocando con le bambole a prendere il tè... pensa Michela. E stranamente non è spaventata. Clara è innocua. E un po' stupida.
Almeno credo...
E poi quella ragazza le serve, quindi beve ancora e posa la tazza sul piattino e chiede: "Tu vivi qui?"
Clara è stranamente sorpresa dalla domanda.
"In che senso?"
"Bè, il letto. Il fuoco... Le... Le bambole..." dice Michela indicando le cose. Clara osserva la sua ospite, segue i suoi gesti e poi torna a guardarla con un'espressione bovina.
"Io abito in via Verdi. Vicino alla metro."
Michela osserva l'abito strappato, i denti gialli, le unghie spezzate. E poi guarda il letto sfatto, le briciole a terra, la polvere smossa sul pavimento da mille passi e chiede: "Sei... Sicura?"
"Di cosa?"
"Di stare bene?"
"Certo! Che c'è che non va?"
Michela è tesa. Credeva davvero che quella ragazza potesse aiutarla a tornare a casa. Adesso non ne è poi così certa.
"E come ci arrivi a via Verdi?" chiede e la voce le trema.
"Dall'università prendo l'86. Oppure a piedi. Sarà un quarto d'ora."
"E da qui? Da questa casa, come ci arrivi?"
"Non ci devo mica arrivare. Manca ancora un po' agli esami. Sai, economia politica ho deciso di farlo subito che mi dicevano che era tosto e io ho fatto il classico e non sono passati manco sei mesi dalla maturità e già non mi ricordo più niente di matematica."
Sorride e continua a ciarlare. Michela le osserva la faccia sporca, i capelli bianchi che striano di grigio il cespuglio mai spazzolato che ha in testa.
Ma quanti anni ha? Trentacinque? Trentotto? e glielo chiede.
"Ne ho ventidue. Ma di solito me ne danno diciannove."
Sorride e Michela si accorge che le manca un dente.
"Ma quando inizieranno gli esami... tu sai uscire da...da qua?"
Clara, sguardo bovino. Poi ride.
"Ma certo. Te lo faccio vedere. Domani però. Stasera ci facciamo le chiacchiere tra donne, eh?"
Michela, sorriso stretto, fa cenno di sì con la testa. È una speranza. Mai fidarsi, ma perfino una speranza così è pur sempre meglio che vagare in tutto quel nero che la circonda.
Michela non sa come proseguire la conversazione. Clara a tratti sembra spegnersi, resta fissa con un'espressione inebetita sul viso. Il silenzio cala sulle due mentre l'aria preme sul timpano. È un rumore costante di fondo, il sangue che pulsa in testa. Clara riprende a bere il tè, sguardo fisso nel vuoto.
"Ma cos'è questo posto?" chiede Michela, cercando di spezzare l'oppressione del silenzio.
"È una casa... O meglio, è casa sua."
"Del ragazzo?"
"Certo, non te l'ha detto?"
"Sì, ma è tutto confuso..."
"Eh, fico com'è, ti sconfonde proprio la testa" chioccia Clara "e pensa che la prima volta che mi ha mandato una foto via mail non ci volevo credere. Cioè, lo so, mi vedo come sono. Schifo non faccio ma non ho tette e c'ho il culo grosso. Però lo conoscevo da un po'. Sai, una di quelle cose nate via chat. Le mie coinquiline non capivano perché passavo tutto quel tempo davanti a internet. Pensavano studiassi... Comunque, ci sentivamo. Io... Io non sono mai stata una, come dire... di successo. Anzi. Cioè, un paio di ragazzi mi erano anche venuti dietro. Uno era pure carino. Gli ho dato il mio primo bacio. Mi ha messo una mano in mezzo alle gambe. Portavo i jeans. Non ho capito subito che voleva fare. Poi ha stretto la presa e mi ha infilato la lingua in bocca. Mi sono scansata e me ne sono andata. Stavamo su una panchina, in un giardino pubblico. Sono scappata via. Ho pianto nell'androne del palazzo prima di salire a casa. C'erano i miei, per fortuna guardavano la TV. Mi hanno salutato distratti. Sono schizzata in camera mia. Non ti dico che altri pianti dentro al cuscino per non farmi sentire. Lì per lì non l'ho capito subito, ma avevo sbagliato tutto.
Sai, le volte di notte che stavo da sola perché tutte le mie amiche erano uscite con i fidanzati e io non avevo nessuno e non mi andava di stare tutta la sera buttata in un angolo mentre gli altri pomiciavano... Ecco, sai quelle notti lì, sai che facevo?
Detto tra ragazze, sognavo.
Sognavo che non stavo da sola. Sognavo che gliel'avevo data su quella panchina..."