30.12.13

Scappa! / cap. XVII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XVII -



"Volevo fare il cantante. Me lo dicevano tutti che avevo una bella voce. Il cantante e l'attore. Mi dicevano tutti che ero bello. Io ci ho creduto. Mia madre mi diceva che dovevo studiare ma non le ho dato retta.
Vedi, per me era una questione di potere. Lì per lì non l'avevo capito. Ero più... semplice... in quegli anni, però avevo capito che potevo ottenere delle cose se mi vestivo bene. Se mi facevo le lampade, se mi acchittavo un po'... era tutto più facile.
Questa storia di solito si racconta per le ragazze. Ed è ovvio, è tutto più facile per loro. Ma quei rapporti di forza, quella specie di selezione naturale vale anche per gli uomini. Magari devi solo starci più attento. E sai la cosa peggiore? Che lo sapevo. Ma mi ritenevo superiore. Sapevo che ero uno squalo in una vasca di pesci rossi e che quindi, anche se mi sistemavo le sopracciglia, mi depilavo, mi tatuavo e mi indebitavo per comprare l'auto di lusso, io comunque non ero come gli altri. Come loro. Poi da fuori ovvio che lo sembravo. Portavo jeans da duecentocinquanta euro. Come dovevo apparire?
Dovevo apparire vincente.
Era tutto lì il trucco.
Comunque sia, sapevo che certa roba non arrivava da sola dal cielo ma che ti devi sporcare le mani. Che credi? Non sono mai stato stupido. Forse un po' ingenuo. Ma non stupido.
A cantare, sapevo cantare. Ballare lasciamo perdere. Non era proprio il mio forte. Dovevo imparare a recitare. Andai a cercare una scuola. Era una roba polverosa e vecchia in un teatro pieno di muffa e tutti portavano gli occhiali. Me ne sono andato ma ho cominciato a raccontare che avevo studiato lì e che conoscevo quel tipo piuttosto che quell'altro.
Mia madre continuava a dirmi di riprendere a studiare. Magari ingegneria. Io ero sempre in giro e riuscivo a rimorchiarmi una tipa diversa praticamente ogni sera. Andavo per locali. Di solito erano donne più grandi e mi pagavano da bere. Di solito erano palestrate e ancora in forma e con le tette finte e scopavamo a casa loro. Se volevo carne giovane offrivo io al bancone. Ma non era poi così tanto più difficile portarsele a letto. Non più delle vecchie. Di solito scopavamo in macchina.
Quindi no, ingegneria no. Non aveva senso. Avevo vent'anni. Il mondo era una merda. Non c'era lavoro. Li avevo visti quelli che studiavano. Un culo così, un sacco di spese e poi l'idraulico rumeno aveva la sportiva cabrio mentre loro faticavano a trovarsi una casa in affitto.
Quindi grazie. Ma no, grazie.
Non avrei fatto quella fine. Sì, lo sapevo, ero partito vincente solo per il mio aspetto. Ma chi se ne fregava. Ce l'avevo, che senso aveva non sfruttarlo? Là fuori era una giungla.
I miei avevano creato qualcosa. A dispetto dei sogni di gloria, a dispetto della umile origine dei miei nonni, erano riusciti a trovare i soldi per comprarsi una casa, crescere una famiglia. Erano andati in pensione. Erano riusciti a morire di tumore ai polmoni come mio padre. Erano normali.
Noi, intendo quelli della mia generazione, non eravamo così. Quelle possibilità non ce l'avevamo. Ma potevamo fare di più. C'erano più occasioni oggi, sempre se eri disposto a metterti in gioco. Le storie che la TV ci raccontava erano di successo e di soldi.
Ma per il successo dovevi comunque saperci fare. Io per esempio avevo dei pregiudizi sulle lampade abbronzanti. Fu una ragazza che frequentavo ad insistere che me le dovevo fare. Quelle e una sfoltita alle sopracciglia.
Mi immaginavo mio padre che mi dava del frocio mentre stavo seduto e mi facevo sistemare. La cosa divertente è che nel giro di una settimana mi ero scopato su quello stesso lettino proprio l'estetista, avevo mollato la ragazza che mi ci aveva portato e mi ero cominciato a vedere con la sua migliore amica. Era una piena di soldi.
È stata una tosta. Mi sono dovuto mettere sotto in palestra. Ma in un paio di mesi anche quella era diventata una tacca sul calcio della mia pistola. Però le devo tanto perché è stata lei che mi ha fatto capire l'importanza del denaro.
I soldi aprono mille porte. E non ce li devi neppure avere per davvero, l'importante è che gli altri ci credano. La prima volta che ho pagato una camicia quasi quanto il mio stipendio mi era sembrata una follia. Un mese dopo avevo capito che quella camicia, in certi ambienti in cui mi aveva introdotto la tipa, era una specie di divisa. Serviva ad affermare che eri come loro. Che eri uno a posto.
Ho visto un sacco di gente che ci si è dannata l'anima per entrare in certi giri. E non era solo per la fica o per i soldi. È che tutti vogliamo sentirci parte di qualcosa. Siamo in competizione feroce, come tigri nella giungla, perché vogliamo strappare il successo ai bastardi che ce l'hanno già. Siamo invidiosi e vogliamo diventare come loro. Io mi consideravo più furbo perché lo sapevo. E perché ero più cattivo di loro.
Che coglione che ero.
Purtroppo, l'ho capito solo quando mi hanno scuoiato via la faccia."

23.12.13

Scappa! / cap. XVI

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XVI -



Michela è distesa.
Sono distesa?
Si guarda intorno.
Ci sono strisce rosse alle pareti.
La cosa le mette ansia.
Adesso mi alzo...
I legacci intorno alle caviglie e ai polsi si tendono e le fanno male. Michela ruota la testa indolenzita verso la mano sinistra e solo allora vede la vecchia corda sfilacciata che le serra il polso. Alza lo sguardo. Ogni movimento è un'agonia, la testa le pulsa. La corda si infila tra le sbarre di ferro arrugginito della testiera di un vecchio letto. È un concetto semplice ma ci mette un po' ad assimilarlo. Il dolore le rende difficile ragionare.
Poi improvvisamente realizza di essere legata e la paura le schiarisce i pensieri.
Scalcia con forza e sente la corda che le ferisce la carne. Si agita, strattona la vecchia struttura del letto che geme, si piega, ma non cede.
Oddio ti prego no ti prego no ti prego no no no no!
"Così ti fai male" dice una voce maschile.
Michela si volta di scatto ma dalla sua posizione non riesce a vedere chi sta parlando.
"Io non voglio che ti fai male... Non voglio farmi male io. Questo è importante. Non voglio farti male. Spero che tu lo capisca..."
La voce è leggermente stridula, sabbiosa, come quella di qualcuno che non parla da molto tempo. E ha uno strano difetto di pronuncia, come se le sillabe scappassero dalla bocca.
"Liberami! Liberami subito, cazzo!" urla la ragazza.
"Non posso, mi dispiace..." ribatte la voce "scapperesti e urleresti. Ma io voglio solo aiutarti, davvero. Non voglio che ti succeda niente. O che lui ti trovi. Mi dispiace, mi dispiace tanto..."
L'uomo comincia a piangere. Michela suda freddo dalla paura.
"Ok, ok, sta' calmo... Liberami, ti prego, le corde mi fanno male. Io ti prometto che non scappo. Ma se mi liberi possiamo parlare... Ti prego..."
La voce singhiozza e parla e Michela fa fatica a capire le parole.
"Mi dispiace, non volevo farti male, mi dispiace. È che so che se la gente mi vede poi scappa. Non era così prima. È per questo che non esco. Ma purtroppo ho incontrato lui, non volevo che finisse così. Mi dispiace..."
Michela comincia a capire.
"A te..." Michela prova a chiedere "a te... Cosa ha preso?"
Sente l'uomo che si alza e le si avvicina strascicando i piedi.
Merda... Non ti avvicinare brutto stron... L'uomo entra nella sua visuale e Michela deglutisce a vuoto, la bocca secca per la paura.
Al posto del viso ha delle bende incrostate di sangue rappreso. Le strisce di stoffa sono tirate, il pus le chiazza di giallo dove dovrebbe esserci il naso. Gli occhi senza palpebre sono iniettati di rosso, i capillari rotti, la bocca mostra i denti anneriti e sul mento cola bava. L'uomo sputa quando parla.
"Mi ha rubato la faccia..." dice biascicando le parole in quella bocca senza labbra.
Michela non riesce a credere ai suoi occhi. E solo allora realizza. La figura senza torso, Clara senza cuore, il suo carceriere senza faccia. È una ragionamento folle ma è l'unico sensato in quella situazione.
Non è un'allucinazione. Non è un sogno né la droga. Questi sono i relitti che si è lasciato dietro. Sono gli scarti. Si è costruito con i pezzi degli altri. È una specie di Frankenstein. È un ladro... E siamo tutti sue vittime...
"Tu... Come ti chiami?"
"Raoul... Tu?"
"Michela... Senti, non è che mi libereresti?"
E nell'assurdità della situazione, Raoul scioglie le corde con dolcezza e la libera. Solo allora la ragazza, mettendosi a sedere sul letto, nota le spalle curve, il non incrociare mai il suo sguardo, la paura.
Quel ragazzo è terrorizzato da lei.
Allora Michela fa una cosa che la sorprende. Se ne rende solo conto dopo aver finito di parlare ma oramai è troppo tardi. Guarda Raoul che cerca di non incrociare il suo sguardo e si è allontanato da lei. Lo osserva bene, poi sospira, sorride e gli dice:
"Racconta."

16.12.13

Scappa! / cap. XV

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XV -



La scala sfocia in un corridoio di poco più largo. Non ci sono finestre e a intervalli regolari spuntano dal muro delle applique di bronzo che pendono come grappoli d'uva luminescenti. Sui muri c'è una carta da parati a righe rosse e panna orizzontali. Il corridoio si perde in profondità e le linee rette aumentano il senso di vertigine. Michela zoppica in avanti. È tesa e il silenzio tombale che la circonda aumenta la sua ansia.
Il corridoio sembra andare avanti all'infinito. La ragazza non ha altra scelta se non procedere. All'improvviso, sulla destra appare una svolta. È un altro corridoio stretto e lunghissimo. Le linee ipnotiche della carta da parati lo nascondono dal punto di vista forzato di chi avanza lungo la diramazione principale. Michela se l'è ritrovato a fianco prima di realizzare cosa fosse. A prima vista, non ci sono porte né altre svolte. Anche questo nuovo corridoio sembra andare avanti all'infinito. Stesse linee rosse e panna alla pareti, stesse applique bronzee a illuminare il pavimento scuro. Michela non sa che fare e resta lì, in piedi. I due corridoi sono uguali. La ragazza tende l'orecchio ma niente, lo stesso silenzio.
Sono davvero da sola? si chiede e ha paura della risposta. La mano gocciola sangue e Michela si rende conto della ferita solo adesso. Non ha niente con sé per fasciarsi la mano e così la preme forte sulla gonna e meccanicamente ricomincia ad avanzare lungo il corridoio originale.
Almeno in questo modo tengo le scale da cui provengo come punto di riferimento. Sempre meglio di niente.
Dopo una decina di passi il dolore alla coscia e alla mano si sono fatti più acuti. L'atmosfera rarefatta del corridoio la fa rabbrividire. A intervalli regolari si aprono nuove diramazioni, a destra e a sinistra. Tutte uguali tra loro.
È un cazzo di labirinto... e con la mano ferita stringe la gonna. Non sa se la cosa possa aiutarla davvero a fermare l'emorragia ma non ha idee migliori. I nuovi corridoi appaiono all'improvviso, tutti rossi e panna. A Michela comincia a girare la testa. Forse la stanchezza, forse il ripetersi ossessivo dei colori o forse la perdita di sangue.
Alla fine, svolta a destra. Per quanto a prima vista sia del tutto identico al precedente, c'è qualcosa di differente in questo corridoio. Questa sensazione appena accennata la risveglia dal torpore in cui era caduta. Continua a camminare, cercando di capire cos'è che l'ha colpita.
Il corridoio è in leggera salita?
Si volta. A parte l'effetto ottico di profondità infinita dato dalle linee sul muro, non le sembra proprio che ci sia un dislivello.
Ci mancava solo il labirinto... Se non è il pavimento allora...
Si ferma di scatto. Davanti a lei c'è un incrocio a T. E solo allora realizza. Una variazione di temperatura nell'aria. Una sorta di corrente. Troppo esile per definirla uno spiffero, la percepisce nettamente sulle gambe.
Se c'è una corrente d'aria, forse c'è una finestra, o una porta!
Michela ci spera, ci spera tantissimo ma seguire la debole traccia si rivela più difficile del previsto. Spesso imbocca una delle svolte nascoste e spesso è costretta a tornare sui suoi passi. Si accorge di aver lasciato una traccia di macchie di sangue sul pavimento e quando le incrocia sa di essere già passata di là. Ma la cosa non l'aiuta a capire da dove provenga quel debole refolo d'aria.
Non sa da quanto è chiusa in quel labirinto. Non si è neanche sorpresa nel trovare una struttura così assurda sui suoi passi. Il confine tra cosa è realtà e cosa è frutto della sua immaginazione ormai è così labile che le sue sensazioni sono basilari. Paura, caldo, freddo.
Speranza.
Speranza di trovare una porta, una finestra, una via di fuga qualsiasi. Non è importante se si tratta di un sogno o di un'allucinazione. Non è importante se il suo corpo giace privo di sensi nella sua automobile sotto la pioggia o se in quel preciso momento il ragazzo che l'ha drogata la sta stuprando dopo aver chiamato un gruppo di amici che aspettano il proprio turno e registrano con i cellulari.
Solo scappare da lì è importante. Scappare da quella casa e dai mostri che contiene.
La corrente d'aria si fa più forte a ogni svolta. Michela è sulla strada giusta. Aumenta il passo. Una svolta, poi un'altra ancora e finalmente la vede. Una porta di legno scuro che stacca nettamente dal panna e dal rosso che la circondano.
La porta è socchiusa e il vento la fa oscillare lentamente sui cardini. Michela, terrorizzata dal fatto che una folata più forte possa richiuderla, comincia a correre. Sempre zoppicando, sempre ferita, non presta attenzione a nient'altro che non sia la porta.
Ti prego non chiuderti. NON CHIUDERTI!
Non si accorge della figura che l'aspetta accovacciata nell'ultimo corridoio sulla destra finché non è troppo tardi. L'uomo scatta e la scaraventa contro il muro. Michela non riesce a proteggersi e sbatte violentemente la testa. La vista le si annebbia mentre un viso completamente bendato si china su di lei. Bende bianche si alternano ad altre cremisi, proprio come nel corridoio.
Il rosso... Il rosso è sangue...

9.12.13

Scappa! / cap. XIV

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XIV -



Michela comincia a correre. Sente Clara che le urla di fermarsi ma non si volta neanche. Non sa dove andare, non ha punti di riferimento. Vuole solo allontanarsi il più possibile da quel... Quel mostro!
La figura emaciata e vestita di stracci spunta da dietro un mucchio di mobili all'improvviso. Cerca di intercettare la corsa della ragazza ma Michela strilla e le dà una spinta. La figura si piega come un lenzuolo là dove dovrebbe esserci il busto. Le braccia sono due pezzi di scopa legati alla meno peggio alla testa e il cranio è disarticolato rispetto alle gambe. La figura manca totalmente del petto e degli arti superiori. Rotea su se stessa, inciampa nel lenzuolo che la riveste e crolla a terra.
Michela corre a più non posso, i muscoli delle belle gambe che le bruciano, i polmoni in fiamme. Vorrebbe piangere e urlare ma non ha abbastanza fiato e quindi continua a lanciarsi in avanti. Un dolore acuto alla coscia la costringe a fermarsi. Zoppica. Si volta. È sola. Gira su se stessa, facendo attenzione a non poggiare il peso sulla gamba offesa.
Mi sono solo strappata un muscolo. Basta fare attenzione. Solo strappata. Se cammino piano va tutto bene...
Le sue orme sul pavimento polveroso sono chiaramente visibili ma né Clara né la figura spezzata sembrano essere sulle sue tracce. Michela continua a camminare e poi realizza che ha corso sempre in linea retta... ma è partita da un angolo della gigantesca stanza. Se cammino verso sinistra prima o poi dovrei riavvicinarmi al muro... pensa, e così fa. Cammina zoppicando, si volta di tanto in tanto e tenta di non lasciare nessuna impronta nella polvere. Cerca di penetrare l'oscurità indistinta di fronte a lei. Ritrova il muro. Stranamente, il contatto con la parete rugosa la tranquillizza. La sua mente sconvolta si aggrappa a quel dettaglio di realtà in quell'incubo che è diventato la sua vita. Non stacca la mano dalla parete. Continua a camminare, la gamba che fa male, la vista offuscata, la paura che torna a tratti e allora getta un'occhiata dietro di sé ma nessuno la segue. Ha una stretta allo stomaco. Avanza più per non scoppiare in un pianto isterico che per la speranza di trovare una via di fuga, quando la sua mano si chiude su un pomello.
Si blocca, lì per lì non è sicura di quello che ha afferrato. Si volta e lo osserva. È il pomello di una porta. Di quelli a sfera, d'ottone. Si scopre a stringerlo convulsamente, la mano che leggermente trema, le nocche sbiancate.
Si guarda intorno, preoccupata. Non c'è nessuno. Prova a girare di poco il polso. Una torsione minima, come se non potesse sopportare la delusione di scoprire che si tratta di un inganno, che è sigillata dentro quell'immenso ventre di balena per sempre.
Il pomello gira. Si sente uno scatto, la serratura si apre. Michela è in affanno, il fiato corto. La porta, nera come la parete tanto da mimetizzarsi, si socchiude un poco e si blocca.
Michela sta per scoppiare a piangere. Con un urlo selvaggio strattona la porta. Una, due volte. Alla terza l'anta cede di poco. Michela si incastra nello spiraglio e cerca di sgusciare dall'altra parte. La maniglia le preme sulla pancia, lo stipite le graffia la schiena.
"Aspetta!" urla la voce di Clara. Michela volta la testa, vede la ragazza e la figura vestita di stracci che corrono scomposte nella sua direzione. Sudore freddo le ghiaccia la schiena. Con uno strattone si strappa il vestito e riesce a passare. Sbatte la porta con forza, trova una chiave e gira e chiude e spezza la chiave nella serratura e si taglia il palmo della mano.
La porta rimbomba e sussulta sotto le spinte di Clara e del suo compagno. La voce stridula dall'altra parte urla parole incomprensibili. Michela scivola a terra, piange e si sporca la faccia di sangue passandosi la mano sul viso.
Con un ultimo sussulto la porta resta immobile. Michela si alza, la gamba sempre dolorante. Quell'improvvisa calma la spaventa più delle urla e dei tonfi. Si guarda intorno per la prima volta. È finita su dei gradini. Una lunga e stretta scala che finisce a neanche un metro della porta, si inerpica davanti a lei e conduce chissà dove. Non c'è nient'altro. La scala è stretta, ci passa giusto una persona. Ed è ripida, tanto che non si riesce a vedere cosa c'e in cima. Tornare indietro non è possibile. Clara e il suo mostruoso compagno potrebbero essere in agguato dietro la porta. Michela non può far nient'altro che percorrere gli stretti gradini e salire. Non c'è un corrimano ed è costretta ad appoggiarsi al muro.
Lascia una striscia di sangue che la segue mentre zoppica e sale.

2.12.13

Scappa! / cap. XIII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XIII -



"Ti... ti ha stuprata?" chiede in un sussurro Michela.
Clara l'osserva, come a cercare nella sua testa il significato di quella parola. Poi agita le mani davanti a sé: "No! Ma che dici!"
Michela non capisce. Cosa diavolo è successo quel giorno? E si scopre ad avere paura a chiederlo. Ma Clara riprende a raccontare: "E insomma, mi lavo. Mi faccio carina. Ci metto due ore a scegliere cosa mettermi. Provo a truccarmi ma per l'emozione esagero e mi guardo allo specchio e sembro una che batte e mi tocca rifare tutto da capo ma alla fine riesco a darmi una sistemata ed esco.
Ci metto un po' a trovare la strada. Mi aveva dato indicazioni per una parte della città che non conoscevo. Sai che per un momento ho persino pensato di non andare? Ero già per strada. Camminavo cercando di stare tranquilla. Ero un po' tesa... Comunque, a un certo punto mi sono vista con la coda dell'occhio in una vetrina. Mi sono fermata e mi sono osservata per bene. Truccata, con il decolté in evidenza, strizzata in una maglietta che non era la mia...
Non mi sono riconosciuta. Non ero io quella. E stavo per tornare indietro. Ti giuro! Tornare indietro... Per far cosa poi? Per mettermi alla scrivania e studiare? A piangere sul letto per quanto ero deficiente? Mi sono girata. Quella vita era finita. Ero una donna nuova, adesso. E avevo un appuntamento a casa del mio uomo. Mi sono rimessa in cammino e mi ci è voluto davvero tantissimo a trovare l'indirizzo che mi aveva dato. Ma per tutto il tragitto ho sorriso. Il mio uomo. Lo sentivo mio. Ero già sicura di noi. Che stupida...
Avevo una voglia matta di lui. Avevo una voglia matta di sentire la sua mano in mezzo alla gambe. Accelero il passo, sento caldo e apro un po' la giacca. Incrocio un ragazzo che al volo mi lancia uno sguardo alle tette.
Sorrido. Sono felice. Ci metto più di un'ora ma alla fine trovo la via giusta. Tutta la zona sembra abbandonata. Finestre sporche, persiane sprangate, facciate dall'intonaco scrostato e balconi dai vasi pieni di erbacce secche. Quando arrivo davanti al suo portone, ho un po' paura. Mi schiarisco la voce e suono. Il portone si apre con uno scatto. Nessuno mi ha risposto, infilo la testa e chiedo se c'è nessuno. C'è l'eco nell'androne. La mia voce rimbalza e per un po' nessuno risponde. Poi una luce illumina la grande sala là in fondo e la sua voce mi dice di raggiungerlo.
Arrivo.
Mi aspetta sulla soglia.
Entro.
Mi bacia.
Lo lascio fare, anche se ha la lingua fredda. Non mi importa. Lo voglio.
Stranamente, solo allora mi accorgo che quando mi ha chiamato la sua, di voce, non ha avuto eco.
E la cosa mi terrorizza."
Clara resta in silenzio. Tanto Michela è sexy nel suo vestito nero, tanto è trascurata lei nei suoi stracci raccattati in giro chissà dove. Eppure entrambe sono vittime. E per quanto Michela sia finita in quella situazione per caso, non riesce a condannare la stupidità dell'altra. Ha provato sulla sua pelle il fascino del loro ospite e ha sentito anche lei il freddo di quella lingua in bocca.
"Clara, mi dispiace tanto..."
Clara alza gli occhi, ha le guance rigate di lacrime e le labbra tremano mentre cerca di trattenersi. Non ce la fa e scoppia in un pianto a dirotto e singhiozza le parole mentre dice: "Sono stata un'ingenua... Una stupida... Si è preso tutto. Tutto di me. Si è preso i miei sogni, il mio amore, la mia solitudine, si è preso la mia anima..."
Clara si sbottona la camicetta. Michela sbianca e si alza di scatto. Il petto della ragazza è squarciato, la gabbia toracica aperta verso l'esterno, le ossa spuntano dalla pelle lacerata come denti rotti, il sangue rappreso è una crosta putrida. La cavità sotto lo sterno è esposta e c'è un buco grande quasi quanto un pugno.
"Si è preso il mio cuore."