3.3.14

Scappa! / epilogo

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- Epilogo -



Un taxi si infila nella via, i fari illuminano brevemente le facciate fradice dei palazzi sotto la pioggia. L'auto si muove lenta, come a cercare qualcosa, poi si ferma davanti a un vecchio portone.
"Le... le serve una mano?" chiede il tassista prima ancora di prendere i soldi che la ragazza gli sta porgendo "a scendere intendo... piove a dirotto e..."
"Conosco questa strada molto bene. Specialmente con la pioggia" risponde la sua cliente "tenga il resto e grazie."
Michela fa un grosso sospiro, apre la portiera, fa scivolare prima le gambe fuori dall'auto, poi si puntella con le stampelle e, appoggiandosi allo sportello, si mette in piedi. La schiena le fa male, come sempre da mesi. Il peso eccessivo e i movimenti innaturali che le gambe storpie la costringono a fare le stanno massacrando schiena e bacino.
Non ha ombrello, si fradicia sotto la pioggia mentre zoppica verso il palazzo a prima vista deserto.
Il tassista non ha cuore di andarsene e osserva la scena. La ragazza è grassa, con i capelli corti, senza trucco. I fari la illuminano violentemente e quando si volta verso di lui, il tassista si ritrae. Con i fari alti è sicuro che lei non ha potuto vederlo, ma si vergogna comunque per la reazione involontaria di ribrezzo.
Il portone si apre. Un ragazzo bellissimo si staglia controluce. Le porge una mano, lei la scansa con la stampella. Poi si arrampica a fatica lungo le scale.
Lui si volta in direzione dell'auto. Un brivido irrazionale corre lungo la schiena del tassista che mette in moto in tutta fretta e si allontana.
Il ragazzo resta immobile, osserva le luci rosse del taxi sparire in fondo alla via. Poi sorride, si volta e rientra in casa.
Raggiunge Michela, le si affianca, camminando lentamente le cinge le spalle con un braccio mentre il pesante portone si richiude con un tonfo.
FINE

24.2.14

Scappa! / cap. XXV

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XXV -



"Tu lo sai come andrà a finire?"
"Sì" risponde semplicemente e si siede sul divano.
Sono bastate in paio di porte e un breve corridoio per tornare nella stanza con la TV, i vecchi film e la cucina da cui Michela era scappata una vita fa, o almeno così le sembra.
"Clara, Raoul e quel poveraccio senza busto?"
"Probabilmente ti hanno già dimenticato. La testa purtroppo fa strani scherzi a forza di stare chiusi qua dentro."
"Clara mi avrebbe venduto?" chiede Michela e si avvicina alla finestra. Ha smesso di piovere e la sua macchina è là, le quattro frecce che ancora pulsano.
Mi sono scordata di spegnerle.
L'auto è vicina, un paio di metri di caduta, forse meno. Ma se apro la finestra si accorge subito di tutto...
"Sì, Clara ti avrebbe venduto. Raoul non sono sicuro ma Clara la conosco come se fosse la mia amica del cuore."
Michela lo guarda storto, come a rimproverargli la battuta.
"Lasciami andare."
"Non posso, mi dispiace."
"Ma io non ho niente che ti possa interessare!"
"Oh sì, invece" sorride voglioso "una ragazza tutta sola sotto quell'acquazzone, che esce con uno sconosciuto per non pensare... Quante volte sei scappata in tutta la tua vita? Quanto a lungo hai intenzione di scappare ancora?"
"Sei uno stronzo."
"Proprio come ognuno di voi."
"E una volta che mi avrai rubato il pancreas o quel che è, che farai?"
"Quello che faccio sempre... Voi continuerete a chiamarmi e io vi risponderò."
"Io non ti ho chiamato!"
"Oh sì, l'hai fatto. La vostra paura non mente."
"Non ho paura di te."
"Questo lo so" dice sorridendo "ma puoi dire lo stesso anche di te stessa?"
Michela resta in silenzio. Non riesce a identificare il mostro che ha davanti. È come se lo conoscesse da sempre. Come se fosse una cosa preistorica che si porta dentro da quando i suoi antenati dormivano in una grotta. È la necessità di credere che ci sia qualcosa d'altro oltre se stessa. Un dio, un diavolo, uno spirito... E poi c'è la paura di essere soli. Siamo i nostri vampiri, divoriamo come zombie le nostre carcasse ancora calde.
E inventiamo idoli per fornirci un alibi.
"Con me non ci riuscirai."
"A fare cosa?" chiede lui sospettoso.
"Tutto, l'hai detto te che sono brava a scappare..."
Si alza e la guarda storto.
"Qualunque cosa tu stia pensando, ti avverto. Non funzionerà."
"Forse, o forse a forza di scappare da me stessa sono abbastanza allenata da riuscire a sfuggire anche a te..."
Non fa in tempo a finire la frase che è già in piedi. Michela si gira di scatto e comincia a correre verso la finestra.
”Fermati!" sente ringhiare alle sue spalle.
Corre verso la finestra che sembra allontanarsi, farsi sempre più distante.
Dietro di lei, rumore di zoccoli.
Corri, come quando ti allenavi a pallavolo. Corri, come quando scappavi dall'ospedale dov'era ricoverato papà. Corri, come tutte le volte che non hai mai detto ti amo.
Il fiato le manca quando raggiunge la finestra. Si butta contro l'intelaiatura. Pezzi di vetro le esplodono all'intorno.
Corri come quando hai abbandonato Carlo. Come quando hai pensato di essere incinta e hai pregato di no e hai cercato su internet la legge sull'aborto. Corri come quando tua madre ti chiedeva di mettere a posto la tua stanza.
CORRI, CAZZO, CORRI!
Michela precipita verso la strada sottostante, vetri tra i capelli, le braccia alte sopra il viso a proteggere gli occhi dalle schegge.
Improvvisamente, si sente sfiorare la gamba. Come una carezza timida e privata. Quasi piacevole.
Mi ha toccato!
"Signora?"
Quando colpisce l'asfalto sente rompersi qualcosa nel braccio sinistro.
"Signora, si sente bene?"
Michela si sveglia all'improvviso. È seduta nell'abitacolo della sua automobile. Fuori ha smesso di piovere ma pesanti goccioloni scivolano lungo il parabrezza lasciando come bava di lumaca sul vetro.
"Signora, siamo quelli del servizio stradale. Ci ha chiamato lei, non è vero?"
Michela apre la portiera. L'aria fredda della sera le schiarisce la testa.
"Sì, vi ho chiamato io..."
"Si sente bene? Vuole che chiami un'ambulanza?"
"No, no. Devo solo prendere un po' d'aria..."
Michela prova a scendere dall'auto. Ci mette un po'. Ha le gambe tutte intorpidite. Si deve appoggiare allo sportello per mettersi finalmente in posizione eretta. È malferma sulle gambe. Si volta verso il suo soccorritore e vede che si è allontanato di tre passi, la mano sulla bocca. È sbiancato e sul suo viso c'è dipinto il ribrezzo.
Michela abbassa lo sguardo.
Le sue gambe non ci sono più.
Al loro posto ha dei cilindri di carne tumefatta. Assomigliano alle zampe di qualche animale, con il ginocchio al contrario e uno zoccolo al posto dei piedi.
Michela si aggrappa allo sportello e non riesce a trattenere un conato. Vomita e sente gli schizzi di bile sulla pelle ulcerata delle caviglie.
Alza lo sguardo, si passa una mano sulla bocca. Ha la vista appannata e il cuore che martella.
Le gambe... Ommioddio le mie gambe!
In fondo alla strada vede una mezzaluna blu.
Capisce che è un ombrello quando il ragazzo lo chiude.
È lui.
Accenna un paio di passi di danza tra le pozzanghere. Comincia a cantare a squarciagola Singin' in the Rain.
Si volta.
Le fa un cenno di saluto e sparisce alla vista correndo come un pazzo.

17.2.14

Scappa! / cap. XXIV

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XXIV -



Camminano. Lui ha perso la sua andatura claudicante e i jeans gli nascondono le deformità degli arti inferiori. Michela non lo guarda, tira dritto, anche se effettivamente non ha la più pallida idea di dove stiano andando.
Il suo ospite le ha indicato una porta, distante un paio di rampe di scale dal punto dove si sono incontrati. Michela non l'aveva notata. Sospetta che le porte fossero molte altre. O molte di meno. O che la stanza nera con le pile di mobili coperte dai lenzuoli fosse molto più piccola. Ma ormai non conta più niente.
Hanno imboccato la porta e ora camminano lungo un corridoio che gli permette a malapena di procedere affiancati.
"È un sogno?" chiede Michela "una specie di allucinazione?"
"Cosa?" ribatte lui.
"Tutto questo. La casa. Te..."
"Mi dispiace, ma no. Non è un sogno" risponde il suo ospite.
Michela si gira a osservarlo. Lui le sorride dolcemente e le indica una svolta a destra. La imboccano e subito dopo un arco si ritrovano in un bel salone affrescato. A terra spessi tappeti che attutiscono i loro passi, contro le pareti divani dall'alto schienale decorato e cassettoni pieni di fregi. La casa diventa più ricca, più pomposa. Più finta.
"Dove mi stai portando?"
"Dove vuoi andare?"
Michela ci pensa per un attimo e poi risponde: "Chi sei tu?"
"Ehi, mica è un posto!"
"Rispondi" ribatte Michela e si sorprende della fermezza della sua voce.
Il suo ospite ci pensa un po'.
Te lo strapperei a morsi quel labbro imbronciato...
E improvvisamente Michela realizza. È come una pianta carnivora. O la bioluminescenza o come si chiama la lampadina sulla fronte dei pesci abissali. Serve tutto ad attirare la preda.
O me, in questo caso.
La ragazza fa scivolare lo sguardo sulle spalle larghe, sulla pancia piatta, sul sedere...
È perfetto.
Ma poi distoglie lo sguardo quando il ginocchio si piega in modo innaturale tra le pieghe dei jeans.
"Tutto bene?" chiede lui senza rispondere alla domanda precedente.
"Io lo so cosa sei".
"Ah sì?"
"Sei come un ragno che cattura le prede portandole nella sua ragnatela" dice Michela indicando con un gesto tutta la casa.
"Gli altri non ti hanno raccontato le loro storie?"
Michela fa sì con la testa.
"Ti hanno forse raccontato che li ho trascinati qui con la forza?"
Michela fa di no con la testa.
"Vedi? Niente ragno" dice facendo spallucce.
"Ma allora cosa sei? Il diavolo?"
Scoppia a ridere. Di cuore.
Ma quel cuore non è il tuo...
"No, macché. Non sono mica così affascinante" sorride ma gli occhi restano seri "vedi, io vi accompagno da sempre. Anzi, si può dire che siete voi ad avermi inventato. Tutti voi e tutti quelli da cui discendi.
Ci sono sempre stato e sono sempre stato un ladro. Ecco, questo sì, voi mi avete creato per prendervi gioco di me. Mi avete usato per spaventare i bambini. Quando vi siete messi in piedi e avete cominciato a dipingere animali sulle pareti di una grotta, io ero lì. Ero già tra di voi. Mi avete chiamato in mille modi diversi. A volte anche demonio. E quando lo avete fatto mi avete sempre dato troppo potere.
Perché io sono la vostra ombra. Prospero e cresco nella vostra ignoranza. Esisto solo nel momento in cui vedete un cespuglio muoversi e pensate che sia un qualche spirito e non il vento. In quel momento mi inventate e a volte finisce che mi inchiodate a una croce. O meglio, raccontate della croce e di un sacco di altre cose e qualcuna tra queste storie diventa così potente da farvi credere che sia più reale di quanto non siate voi stessi."
Si gira a guardare Michela, come per vedere se la ragazza è attenta. Ma si vede che non gli interessa più di tanto perché riprende subito a parlare.
"Lo so, scusa. Rischio di fare ancora più confusione... Mettiamola così, avevi ragione, sono il vostro ragno, ma non perché voi siete le mie prede o chissà che. È che sono vostro nel senso che mi avete creato voi."
Michela gli poggia una mano sulla spalla. Sapeva che sarebbe stata fredda ma deve fare comunque uno sforzo per non ritrarla di scatto al contatto con quella superficie gelida. Lo guarda negli occhi e ci si vede riflessa.
"Portami alla mia auto, per favore" dice Michela.
Il suo ospite ci pensa un attimo, poi sorride.
"Va bene" risponde.

10.2.14

Scappa! / cap. XXIII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XXIII -



Michela ha trovato e ha salito delle scale, di questo è sicura.
Ho sbagliato?
No, non crede di aver sbagliato. Oziosamente, la sua testa continua a fissarsi sul pensiero delle scale. Nel momento in cui le ha imboccate la cosa le era sembrata una grande idea.
Ma quanto sto salendo?
Si domanda ogni volta e il suo stupore è sincero, perché non ricorda mai di essersi già fatta quella domanda.
Resta così, inebetita, per un paio di minuti. Si accorge solo allora, o tutte le volte, di non avere le scarpe.
Erano l'unica via di fuga, le scale.
Un brivido le corre lungo la schiena e Michela si appoggia alla ringhiera e guarda giù. Una vertigine la fa ritrarre. Sotto di lei, le scale proseguono incrociandosi all'infinito, come una ragnatela di metallo e cemento sospesa nel nero e nel vuoto.
Ma quanto sto salendo?
Si domanda ogni volta e il suo stupore è sincero, perché non ricorda mai di essersi già fatta quella domanda.
Resta così, inebetita, per un paio di minuti. Si accorge solo allora, o tutte le volte, di non avere le scarpe.
Ma cosa...?
Si volta a guardare l'infilata di scalini che l'ha condotta fino a là e la vertigine è sempre in agguato.
Michela si tira indietro con uno scatto.
Ma quanto sto salendo?
Si domanda ogni volta e il suo stupore è sincero, perché non ricorda mai di essersi già fatta quella domanda.
Resta così, inebetita, per un paio di minuti. Si accorge solo allora, o tutte le volte, di non avere le scarpe.
E così ricomincia.
Solo il sonno interrompe questo circolo vizioso. Un sonno agitato, lo stomaco in subbuglio per la troppa fame, la bocca secca per la sete. Un sonno scomodo seduta sui gradini. Quando si sveglia la mattina, o quella che lei pensa sia mattina, è un po' più lucida. E allora comincia a parlare a voce alta.
Devo trovare una porta, un pianerottolo, qualcosa per cui uscire da qua...
"Le scale non sono state questa grande idea."
Dovevo scappare in qualche modo.
"Sono sicura?"
Volevo forse restare là chiusa con quella bestia e i due matti?
"Raoul dice che sono finita in questa situazione per un motivo..."
Raoul è un coglione senza faccia.
"Ma se avesse ragione lui?"
Cioè, questa merda me la sono meritata? Tipo il mio inferno personale?
"Che stronzata!"
Non sono lucida, sto salendo delle scale ripidissime e rischio l'osso del collo ogni volta che inciampo.
"Devo stare molto attenta... Molto attenta..."
Ma quanto sto salendo?
Si domanda ogni volta e il suo stupore è sincero, perché non ricorda mai di essersi già fatta...
Basta.
"Devo fermarmi."
Michela si mette seduta su un gradino. Cerca di fare mente locale e di orientarsi, anche se sa benissimo che non c'è alcun modo per capire dove si trovi.
Devo capire com'è fatta questa casa.
"Ha detto che non è stata una coincidenza."
Ma se anche fosse, io non me ne sono mai accorta.
"Forse non è la storia di Carlo..."
No, non può essere. Vorrebbe dire che mi segue da... Da quanto!?
Michela si guarda intorno spaventata, le scale si arrampicano nello spazio sopra e sotto di lei, gli angoli sono tutti sbagliati.
"C'era un film così..."
Da quanto mi segue?
"Dai, non è possibile" sussurra la ragazza e si rimette in marcia.
Eppure, avrebbe senso. Avrebbe saputo dove beccarmi, e quando.
"Ma me ne sarei accorta!"
O forse no. Quando scappo non penso a nient'altro.
"Non è vero."
È vero, scappo sempre. Dall'università, dal lavoro, da Carlo e da Valerio prima.
"E se lo stronzo ci fosse stato quella sera con Valerio?"
Allora è qui anche adesso.
Michela si blocca, si gira lentamente. Molto lentamente.
Non c'è nessuno.
Riprende a salire.
Cazzo, se è stato sempre qui è tutta una farsa.
"Che stronzo..."
Per questo Raoul diceva che non è successo per caso, a forza di correre e scappare sono finita qua.
"Che stronzo..."
E quindi non c'è via d'uscita. Non mi farà mai scappare. Sta solo giocando con me.
"Sei qui che ridi alle mie spalle, brutto stronzo?! Ti piace torturarmi?!" urla Michela girandosi di scatto.
Lui è lì, la guarda dritto negli occhi.
Quanto cazzo è bello...
"Sì, sono qui per te." sorride.

3.2.14

Scappa! / cap. XXII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XXII -



"Ecco perché sei finita qua..."
Raoul e Michela rimangono in silenzio a lungo. Poi il ragazzo alza la testa, come a cercare le parole sul soffitto dall'intonaco scrostato.
"Fa sempre così. Ti trova in un momento in cui non gli puoi dire di no."
"Ma io ho solo rotto la macchina..."
"Da quant'è che non uscivi di casa la sera? Da quant'è che volevi smettere di pensare alla tua storia fallita solo per colpa tua? Quanto eri stata vigliacca nel tenerti vicino quel tuo istruttore solo quando ti ha fatto comodo? E quanto ti sentivi una stronza per averlo abbandonato nel momento del bisogno?"
Michela abbassa lo sguardo. Non risponde. Una lacrima le bagna la guancia e la ragazza l'asciuga con un gesto di stizza.
"Di' la verità, questa storia... all'inizio ti è pure piaciuta. Quando ti ha invitato dentro casa, voglio dire. Forse ti sei pure trattenuta perché era storpio. Ma la situazione ti eccitava... Volevi sentirti viva almeno una volta. Volevi non pensare. Lui era bello, vero?"
Michela ci mette un po' a rispondere. Si vergogna.
"Era davvero molto... Affascinante... Avevo una voglia matta di baciarlo..." sospira "che stupida che sono stata..." dice Michela reggendosi la testa con le mani.
"Eh, era la mia faccia quella. So bene l'effetto che fa sulle donne..." sorride Raoul. O almeno sembra che sorrida, senza labbra è difficile da capire e il suo ghigno è quello di un teschio.
"E adesso?" chiede Michela guardandosi intorno come a cercare una via di fuga.
"Adesso dobbiamo andarcene da qui. La casa è enorme, ma lui ne conosce ogni angolo e prima poi ti troverà. Hai detto che hai una macchina, vero?"
"Sì, ma è rotta."
"Non è importante, è un appiglio. Sai quante centinaia di finestre ci sono qua dentro? Ma la tua macchina si vede solamente fuori da una di esse. Se la riusciamo a trovare, siamo sicuri che quella è la nostra via di fuga."
"Io l'ho vista la mia auto, da una finestra della cucina, o quel che era."
"Vicino alla sua tana... Dovremo muoverci rapidi e cercare di aggirarlo se lo incontriamo. Ma potrebbe funzionare..."
Raoul traccia sulla polvere a terra un semicerchio e tira una linea retta a chiuderne la figura. Il sangue che sempre gli imbratta le mani si asciuga rapido sulle assi del pavimento.
"Così, più lui si allontanerà dalla tana per cercarti, più noi potremo girargli intorno e arrivare alla finestra..."
Michela si alza in piedi.
"Bene, proviamoci. O la va o la spacca."
"Vengo anch'io!"
Michela e Raoul si girano di scatto. Clara è sulla porta, i pugni stretti stretti, li guarda come una bambina arrabbiata.
Michela fa un passo indietro. Raoul si alza cercando di blandire la ragazza.
"Clara, sii ragionevole..."
"Non ci provare! Non ci resto un secondo di più in questo posto. Se sapete come uscire io vengo con voi. O mi metto a strillare così forte che mi sente e arriva e vi punisce a tutti e due!"
"No! Ti prego, no! Fa' silenzio!" dice Raoul alzando le mani in segno di resa. La situazione è tesa. Michela guarda prima Raoul e poi Clara.
La ragazza è rossa in faccia e urla sputando.
"Brutto pezzo di merda! Volevi venderla a lui, vero? Volevi portargliela e dirgli di ridarti la faccia?!"
Michela si allontana verso la porta. Raoul si gira verso di lei, gli occhi cisposi sbarrati in un patetico tentativo di discolparsi.
"No! Non è vero! È lei che vuole portarti da lui così da chiedergli indietro il cuore... Lo fa sempre!"
"Stronzo! Sei uno stronzo!" urla Clara e si scaglia contro di lui, le unghie spezzate a strappargli le bende.
Michela non sa che fare, i due continuano ad accapigliarsi sul pavimento. Non sa di chi fidarsi, non sa se aiutare lo sfregiato o la pazza... quando lo sente.
Un rumore sordo che fa vibrare il pavimento.
Che accelera.
Che si fa più forte.
Arriva!
Lo pensa e lo urla. Clara e Raoul si girano. Guardano verso il corridoio, poi Michela che scatta in direzione opposta, esce dalla stanza e sbatte la porta dietro di sé. Il corridoio non è quello da cui è venuta. Michela si lancia in avanti.
Rumori di lotta alle sue spalle. Non si volta. Uno stridio fortissimo è seguito da alcuni tonfi.
E poi una voce bassa, quasi un ringhio, che sale e sale in un urlo così acuto, una pressione sui timpani, suoni disarticolati che si compongono in un'esplosione di rumore.
È lui.
È la sua voce.
Mi sta chiamando!

27.1.14

Scappa! / cap. XXI

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

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Buona lettura!

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- XXI -



"È con la tua faccia che è riuscito a fregare Clara?"
Il ragazzo resta in silenzio, la testa reclinata, gli occhi senza palpebre che lacrimano inzuppando le bende piene di croste.
"Raoul? Stai bene?"
"Sì, sì... È con la mia faccia che le ha rubato il cuore. Non puoi capire quanto mi dispiace..."
Raoul scoppia a piangere. Lacrime di un dolore antico, di quelli che non smettono mai di farti male.
Michela si avvicina, gli posa una mano sulla testa. Da vicino Raoul puzza di sangue e di infezione e il suo primo istinto è di ritrarsi di scatto. Ma si trattiene. Raoul continua a singhiozzare. Michela invece ha bisogno di risposte.
"Raoul, mi dispiace... Ma io voglio uscire da qua, voglio scappare. C'è la mia macchina qui fuori. Possiamo andare via insieme. Posso portarti da un dottore. Possono sistemarti la faccia."
"Possiamo... Posso... Possono... E lui? Pensi che ti lascerà andare via così?"
Michela ritira la mano di scatto, esasperata.
"Ma io non c'entro nulla con questa storia! Mi si è solo fermata la macchina qua fuori e ho chiesto aiuto... Non sono come voi... Ho solo chiesto aiuto..."
Michela si siede di nuovo e abbassa la gonna che le era salita lungo le cosce. Raoul la osserva bene e poi le posa gli occhi sulle gambe.
"Che stavi facendo prima di incontrarlo?"
"Niente. Cercavo di far ripartire la macchina che si era fermata..."
"Dove stavi andando?"
"A cena con un tipo, ma non vedo come..."
Raoul la interrompe. Non alza gli occhi dalle gambe e Michela non sa se è più a disagio per quello sguardo insistente o per le domande a raffica.
"Il tipo della cena è il tuo ragazzo?"
"No, è solo un conoscente, ma che c'entra..."
"Perché non è il tuo ragazzo?"
"Perché non ce l'ho un ragazzo."
"E perché non ce l'hai?"
"Scusa, ma non vedo proprio perché dovrei raccontarti gli affari miei."
"Vuoi uscire da qua?"
"E che c'entra?"
"Se mi racconti, posso aiutarti."
Raoul lo dice guardandola finalmente negli occhi. È serio, come se dalla storia di Michela potesse dipendere davvero la sua salvezza.
"È una follia..." dice Michela scuotendo la testa. E poi comincia a parlare di corsa, come a sfogarsi.
"Un ragazzo ce l'avevo. Una specie. Si chiamava Carlo. Era più grande di me di un paio d'anni. L'ho conosciuto in palestra. Io ero più cicciona di adesso. Carlo era il mio istruttore. Mi ha messa sotto. Mi ha stravolto la dieta e mi ha costretta ad allenarmi ogni giorno. Dopo sei mesi pesavo dieci chili di meno e avevo messo su il culo di una spogliarellista diciannovenne. Ed eravamo già finiti a letto un paio di volte. La cosa però non si sbloccava.
Lui mi piaceva ma io facevo la dura. Avevo dei pregiudizi su di lui. Ci scopavo e basta. In fondo era un istruttore di palestra e io un'avvocatessa. Che avevamo da dirci?
Questa storia alle mie amiche piaceva un casino. Ero quella che non si legava, quella che aveva due gambe fantastiche, un lavoro fantastico e non doveva passare a riprendere i marmocchi a scuola o si ritrovava con i mariti in cassa integrazione dentro casa.
Ovviamente, le cose non stavano veramente in questo modo. Io mi sentivo sola ogni volta che Carlo non c'era. Cercavo di fare la fica. Mi dicevo che se me l'ero scelto così in realtà era perché mi andava bene. Ero soddisfatta del mio lavoro. Non ero invidiosa degli altri.
Mi raccontavo un sacco di bugie, lo ero eccome! Ero un'invidiosa marcia. Mi facevano stare male i figli delle mie amiche, mi faceva stare male andare a letto da sola senza nessuno da abbracciare, mi faceva stare male il mio lavoro. Cazzo! Ero fortunata ad averne uno e mi lamentavo pure!
Il fatto è che il mio lavoro mi faceva schifo ma non potevo rinunciarci, sarebbe stato folle sputare su uno stipendio così mentre intorno a me la gente faceva fatica ad arrivare a fine mese. E così facevo una cosa terribile.
Stavo ferma.
Ero una vera vigliacca. Non affrontavo mai il problema. Giravo sempre lo sguardo da un'altra parte e stringevo i denti sperando che prima o poi il disagio passasse.
Mi facevo andare bene le scopate con l'istruttore della palestra. Mi facevo andare bene guadagnare di più dei mariti falliti delle mie amiche. Mi facevo andare bene l'essere una privilegiata del cazzo. Ma era solo vigliaccheria perché mi facevo andare bene tutto pur di non affrontare il cambiamento. Stavo male, mi sfogavo per ore correndo in palestra. Mi facevo leccare la fica negli spogliatoi in sveltine sotto la doccia e tornavo a casa da sola.
E l'unica cosa che facevo era piangere. Piangere seduta sul divano. Avrei voluto scappare da tutto e da tutti. Ma ero una vigliacca di merda. Mi andava bene una storia a metà, un lavoro a metà, una vita a metà perché avevo una paura fottuta che scappando mi sarei ritrovata da sola.
C'erano due me. Quella fica, quella con le gambe allenate e il culo scolpito, io che mi indossavo come un vestito tutte le mattine e mi buttavo via usata e sporca la sera.
E poi c'era quella delle notti a lume di candela, seduta sul divano con una tazza di orzo in mano a piangere davanti a un vecchio film.
La cosa era andata peggiorando finché un paio di mesi fa ero proprio arrivata al limite. Non riuscivo a gestire l'emotività e le crisi di pianto incontrollato erano sempre più frequenti. Mi ero costruita una gabbia dorata.
Un giorno mi arriva una telefonata. È del gestore della palestra che mi dice che Carlo si è schiantato con la moto. Stava facendo un giro di telefonate per avvertire gli amici e sapeva che noi due eravamo... Intimi. L'ha detto proprio così, con la pausa. Mi ha detto in che ospedale era ricoverato e a che orari erano permesse le visite. Ha aggiunto che per ora Carlo era tenuto in coma farmacologico e...
Non ha finito la frase. L'ho ringraziato per avermi avvertito e ho attaccato.
Non sono mai andata a trovarlo in ospedale. Non sono mai più tornata in palestra. Non mi sono neanche informata su che cosa fosse successo a Carlo, se stava bene e se si era ripreso.
Non so che cosa pensare. Se è stato il massimo della mia vigliaccheria o forse la cosa più coraggiosa che abbia mai fatto. Di sicuro era una fuga da tutto e da tutti. Una corsa feroce per scappare via da me stessa, per andarmene da una situazione che mi faceva stare male. Ero egoista? Sicuro. E non me ne fregava un cazzo.
Credo di stare ancora scappando, divisa a metà tra la Michela invidiata e quella che piange, tra la possibilità di realizzare qualcosa di bello e la paura di non farcela...
L'uscita di stasera era la prima dopo mesi. La prima volta che provavo a stare sulle mie gambe, in cui provavo a riunire le mie due metà... Che idiota che sono stata...
Tutto questo dolore, tutta questa solitudine, tutto quanto solo perché come una stupida mi ero innamorata di un istruttore di palestra.
E non avevo mai trovato il coraggio di dirglielo."

23.1.14

Axel Ardan - episodio 13


Oggi in edicola ricomincia la serializzazione di Axel Ardan su Skorpio. 

La pausa si è allungata un po' più del previsto, ma la cosa ci ha permesso di non avere ulteriori interruzioni, quindi fra dodici settimane saprete come andrà a finire.

Approfitto di questo post anche per rispondere a una domanda che ci hanno fatto un sacco di persone: ma il volume si farà? Non si farà? C'avete pensato?

Allora, il volume che raccolga tutti e 24 gli episodi è una cosa a cui Fabrizio ed io teniamo moltissimo e ci stiamo lavorando.

Purtroppo, per quanto ci siano un paio di idee che stiamo discutendo con l'editore, non abbiamo ancora alcuna certezza e qualunque cosa potremmo anticipare in proposito, sarebbe sicuramente sbagliata.

Ovviamente, appena avremo qualche informazione in più, sarà spammata ai quattro angoli del World Wide Web così da tenervi aggiornati.

20.1.14

Scappa! / cap. XX

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XX -



La voce di Raoul esce tartagliante, i denti spezzano le parole e non ci sono labbra ad addolcirle.
"Era un vecchio. Basso, pelato. Frocio. Mai avuto niente contro i froci. Però io sono etero. Ma al vecchio non importava. Aveva un busto di Mussolini e una gigantografia di Hitler che arringava la folla. Quando si è accorto che le stavo guardando ha riso. Aveva un accento strano, come quello di un meridionale che ha vissuto tutta la sua vita al nord. Mi ha detto che lui adorava gli uomini forti. Che li amava. Gli piaceva anche la fica, certo. A chi non piace la fica? Per questo lui non li capiva i froci. Un bel culo di femmina è un bel culo di femmina. E quando te lo fotti, come strilla una femmina non strilla nient'altro. Ma per apprezzare davvero la mascolinità ci vuole un altro uomo. È uno scontro di volontà, diceva. È uno scontro di potenza! Poi mi ha guardato ed è arrossito tutto e ha alzato la voce e ha cominciato a dire che lui li odiava i froci mammoletta, i froci che si travestono. Tutti a cercare di fare le fiche ma le fiche mica ce l'hanno. No, a lui quelli così gli facevano schifo. A lui piacevano gli uomini potenti.
Io non capivo dove voleva andare a parare quel suo discorso. Deve aver visto l'espressione stupita sul mio viso e si è calmato. Mi ha offerto una botta di coca. Ho accettato per educazione.
Poi mi ha fatto vedere la casa. C'erano altri ospiti. Un paio li avevo visti in televisione. C'era una piscina. Una ragazza stava facendo un pompino a un tizio palestrato. Il mio ospite ha ridacchiato, ha preso il secchio dove c'era una bottiglia di champagne e l'ha tirato contro la coppia, ghiaccio e tutto. Credo che abbia preso la ragazza in testa ma ci eravamo già allontanati mentre lui bofonchiava qualcosa sulle cagne in calore. C'era una stanza da bagno. C'erano delle statue in marmo dentro e qualcuno che si faceva la doccia. Il vecchio continuava a parlare, qualcosa sulla potenza e sulla lussuria. Citava sant'Agostino e un tizio francese. De Sate, De Sane, non ricordo. Era un marchese, mi pare, che scopava un sacco. Siamo arrivati davanti a una porta doppia. C'era sopra uno di quei cosi, come una scultura ma piatta. Mi sa che si chiamano bassorilievi.
C'era scolpito un tipo con il sopra da uomo e il sotto con le zampe da capra. Aveva la corna e una coda corta corta. E si stava scopando proprio una capra, un animale.
Il mio tipo mi fa l'occhiolino e apre la porta. Nella stanza è buio e ci metto un po' a capire com'è fatta. A terra c'è della moquette. È rosso scura, tipo sangue. Poi c'è un grosso letto, rotondo, con le tende. Le lenzuola sono di raso nere. Lo so bene perché una delle mie amiche speciali era una fissata. Il vecchio chiude la porta. Io mi giro di scatto. Mi dice di stare tranquillo, che non c'è problema, di non avere paura.
Mi mette una mano sul culo.
Resto immobile, sapevo che questo momento sarebbe arrivato. Respiro piano piano. Il vecchio chiama un certo Andrej. Le coperte si muovono, un ragazzo ci stava dormendo. È grosso. Biondo. Muscolosissimo. E completamente nudo.
Andrej si avvicina docile, il vecchio riprende a parlare di volontà di potenza, di filosofi greci e di checche isteriche. Andrej gli si inginocchia davanti e gli sbottona i pantaloni. Il vecchio comincia ad avere l'affanno, parla di Stalin, di Gengis Khan, di Cesare e del grande Augusto. Andrej gli sta succhiando l'uccello. Il ragazzo mi guarda e, senza interrompere quello che sta facendo, mi prende per mano e mi tira giù. Il vecchio non mi presta più attenzione. Lì, in piedi, è tutto rosso in viso e parla di rivoluzioni, di potere e di come i preti abbiano castrato la vera potenza mascolina. Ma poi sussurra che stanno sempre e solo tra loro, conventi su conventi di monaci tutti uomini. 'Sti maledetti preti, tutti froci in nome di Dio.
Mi inginocchio, Andrej mi guarda senza staccare mai la bocca dall'uccello del vecchio. Mi prende dietro la nuca e mi tira a sé. Deglutisco, chiudo gli occhi e apro la bocca.
È la cosa più umiliante che abbia mai fatto ma so che tutto dipende da quello. La mano di Andrej dietro la nuca mi detta il ritmo. Io cerco di pensare a quanti soldi riuscirò a fare. Magari ci riesco a comprare una Mercedes. O una Jaguar coupé. Sì, una Jaguar. La presa di Andrej sui miei capelli si fa più forte. Capisco troppo tardi che cosa sta succedendo. Andrej non mi permette di allontanare la testa e sono costretto a bere o soffocare."
Raoul smette di parlare. Il silenzio è pesante. Il ragazzo non ce la fa a continuare. E Michela si sorprende a confessarsi a sua volta,
"La prima volta ha fatto schifo anche a me" dice.
"Lui mi piaceva da morire ma quel gesto... È come se mi avesse violentata. Ho sputato tutto su un fazzoletto. Lui ha riso e mi ha sputato a sua volta in faccia. Ero stupida e ingenua e non ho capito cosa era successo quel pomeriggio se non molti anni dopo. E da allora ho deciso che non mi sarei fatta più trattare così. Ho fatto pace col sesso. Adesso mi piace molto, anche fare quello se mi capita il partner giusto. Ma nessuno mi ha più sputato addosso..."
"Sei stata brava. Io invece non mi ricordo molto bene cosa è successo dopo, ricordo che ho notato che non eravamo soli nella stanza. C'era un altra figura, ma ricordo che si vedeva chiaramente solo il torso nudo. Era come se il viso e le gambe fossero avvolte dal fumo. Ricordo che il vecchio mi fece vaghe promesse per un ruolo in un film. Ricordo che dovevo trattenere i conati di vomito. E ricordo che uscito dalla villa sono sceso dalla macchina, mi sono infilato in un vicolo e ho vomitato e vomitato. E mi sono reso conto di quanto la mia vita mi facesse schifo. Di quanto mi vergognassi di me stesso. Di come volessi lavarmi via la pelle.
Di come avrei voluto strapparmi la faccia.
Solo allora ho visto quel corpo monco nascosto nelle ombre del vicolo. Solo quel torso, come nelle statue antiche a cui mancano i pezzi. Mi è saltato addosso e quando mi sono risvegliato...
Bè, la mia faccia non c'era più ed ero chiuso qua dentro, con un mostro che era senza gambe e che aveva un buco al posto del cuore.
E che sorrideva con il mio viso."

13.1.14

Scappa! / cap. XIX

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XIX -



Michela siede sul materasso, le mani appoggiate in grembo. Di tanto in tanto annuisce ma non ascolta più il ragazzo. Guarda la porta. Quanto ci metterebbe a raggiungerla con uno scatto?
Una decina di passi, forse meno. Se solo avessi qualcosa con cui colpirlo...
Si immagina la scena. Lei che scatta, Raoul che cerca di fermarla, lei che lo colpisce in pieno volto. Raoul che si rotola a terra, le mani sul viso mentre lei raggiunge la porta e la apre e...
"Stai bene?" le chiede il ragazzo.
Michela sussulta.
Tranquilla, stai tranquilla...
"Mi dispiace per prima, per la corda e tutto il resto... Comunque, se vuoi, puoi andare. Non sei mia prigioniera."
Michela osserva il suo ospite. Gli occhi sono gialli e venati dai capillari rotti e, senza le palpebre, lacrimano in continuazione. Ma sembrano sinceri.
Michela si alza di scatto. Passa a fianco al ragazzo che la guarda sorpreso. Afferra la maniglia e la tira a sé con tanta forza quasi da strapparla. La porta si apre e sbatte contro il muro. Michela resta sulla soglia e si gira.
"Non... Non era chiusa..." dice col fiatone.
Raoul, che la guarda a bocca aperta: "Te l'avevo detto, no?" poi, come se improvvisamente realizzasse "oddio, ti avevo legato solo per non farti scappare! E ti avevo afferrato nel corridoio per salvarti da lui! Credimi! Ti sarai spaventata a morte! Mi dispiace! Non volevo, davvero, non volevo..." si porta la mano alla bocca, in un gesto tanto assurdo quanto educato.
Michela getta un'occhiata alle sue spalle, c'è un corridoio con tante porte ai lati, come il primo che ha incontrato. Niente strisce rosse alle pareti.
Potrebbe portarmi fuori da qui...
Sta per andarsene quando si rende conto che non può farcela. Non da sola.
Cos'altro c'è là fuori che mi aspetta?
Richiude la porta e stremata si siede a terra, poggia la schiena contro il legno scuro dell'anta e guarda Raoul.
"Te lo sai come si esce da qua?"
"No... o meglio, forse sì... ma non ci ho mai provato. Dove potrei andare conciato così?"
"E che mi dici della pazza della stanza nera?"
"Vuoi dire Clara?"
"Sì, lei."
"Clara non è cattiva. È solo che lui le ha preso una parte importante e non riesce a farsene una ragione. Credo che sia ancora innamorata di lui, sai?"
"E la figura senza torso, quella specie di fantasma?"
"Lui è stato il primo, nessuno sa la sua storia. Fa paura, eh?"
"Il primo di cosa?"
"Il primo di noi."
Michela si guarda intorno, come se tutte le altre vittime del padrone di casa dovessero improvvisamente manifestarsi.
"Ma quanti siete?" chiede sorpresa.
"Non lo so, sinceramente..." dice Raoul "Clara, il senza busto e io siamo quelli che sono rimasti più vicini alla sua tana. Ma ci sono stati molti altri, soprattutto quelli a cui ha rubato qualcosa dalla testa. Ecco, quelli si sono allontanati. Si sono persi nella casa in profondità. Alcuni di loro si sono uccisi. A volte ne trovo il cadavere, sai? Perso in una delle stanze, o magari che ancora penzola da una corda attaccata al soffitto. Allora lo prendo e gli do sepoltura..."
"Dove?" lo interrompe Michela.
"C'è una scala che sembra proseguire per sempre. Li prendo e li butto di sotto..."
"Quella scala porta fuori di qui?"
"Non penso... non ho mai neanche sentito il tonfo. È come se continuassero a cadere all'infinito."
Michela ci pensa un attimo e poi chiede: "Che cosa fa esattamente lui?"
"In che senso?"
"Bè, mi stavi raccontando la tua storia... che cosa ti ha fatto esattamente? È la stessa cosa che ha fatto a Clara? O a quelli a cui ha rubato qualcosa dalla testa?"
"No, è che lui è come invidioso. Ti cerca, ti segue e ti capisce. Ti sfrutta, o magari ti rimorchia. Insomma, riesce sempre a trovare il tuo punto debole, che sia un ricatto o una carezza, riesce sempre alla fine a rubare una parte di te."
"Ma io che c'entro? L'ho incrociato per sbaglio, ero seduta in macchina a pensare ai fatti miei e..."
"Lui non sbaglia mai. Se ti ha trovata, è perché sa che può fregarti."
Michela resta in silenzio. Sta per piangere ma non vuole farlo davanti a Raoul. Non sa perché è capitata in quell'incubo, non sa perché è toccato a lei. Non sa come fuggirne. Non sa niente. Si siede a terra, si chiude su se stessa e abbraccia le gambe. Resta così, Raoul rispetta il suo silenzio.
Poi con la voce spezzata dalla frustrazione, Michela dice: "Mi finisci di raccontare la tua storia, per favore?"

6.1.14

Scappa! / cap. XVIII

Scappa! è un racconto scritto da me e illustrato da Federico Rossi Edrighi.

E' pubblicato in due modi. Il primo è qua sul blog, serializzato a puntate, ogni lunedì mattina un capitolo nuovo per ventisei settimane (qui tutti i capitoli e gli approfondimenti).
L'altro è sugli store, da Amazon (per lettori kindle), a iTunes (iPhone e iPad), a UltimaBooks (in formato ePub, Mobi e PDF). Sugli store (qui la lista completa), il racconto è a pagamento ed è già disponibile per intero. In questo modo, se qualcuno se lo vuole leggere subito e/o offrirmi un caffè per averlo scritto, sa come e dove trovarlo. Chi invece vuole farmi compagnia per sei mesi qua sul blog e/o non ha la possibilità di comprarlo ma se lo vuole comunque leggere, deve solo avere un po' di pazienza.

Poi, un'avvertenza, Scappa! non è adatto a un pubblico infantile.

Detto questo, vi lascio al capitolo di oggi.

Buona lettura!

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- XVIII -



Raoul racconta la sua storia. Dice che gli hanno rubato il viso. Dice che gli hanno strappato via la faccia. Per questo è sempre bendato.
A Michela non importa nulla. È riuscita a farsi liberare e adesso si guarda intorno. La voce del ragazzo è una cantilena di sottofondo. Michela fa finta di ascoltare. Non osa muoversi. Ha paura di richiamare l'attenzione di Raoul prima di aver capito come scappare. Per ora, il suo ex-carceriere resta seduto poco lontano da lei, lo sguardo perso nel vuoto, la voce che esce rasposa e tritata da quei denti senza labbra.
Raoul racconta che all'inizio erano solo piccoli lavoretti in discoteca. Si doveva far vedere per il locale e, se era necessario, servire al bancone. E gli avevano specificato che doveva sempre provarci con le clienti in qualche modo. Ci sapeva fare con le donne ma i suoi cocktail facevano davvero schifo... Insomma, funzionava poco come barman. Ma poi gli avevano spiegato che se continuava così non avrebbe ottenuto nulla. Fu una delle vecchie che si stava portando a letto a dirglielo. E gli disse pure che lei poteva indirizzarlo nei giri giusti. Era solo un problema di attenzione. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, gli aveva detto. Quindi gli serviva un riflettore. E un cuore da far battere forte. Ci avrebbe pensato lei, gli aveva detto con un sorriso da squalo.
Intanto, Raoul aveva scoperto che un servizio particolarmente gradito dalle sue amiche speciali era quello di arrivare già carico. Cocaina, per la maggior parte di loro.
Così Raoul aveva chiamato un conoscente del liceo e aveva trovato un accordo. Con la cresta che riusciva a fare sul prezzo della roba guadagnava bene. Benissimo.
Sua madre gli chiedeva da dove arrivassero tutti quei soldi ma lui se ne stava zitto e sorrideva.
Raoul fa una pausa, ansima, come se ormai non fosse più abituato a parlare così a lungo e gli facesse fatica.
Michela sta zitta e buona e si guarda intorno. La stanza non è molto grande, il letto a cui era legata ne occupa un angolo. Di fronte a lei c'è un salotto, o quel che ne resta. C'è un tappeto, un divano a tre posti e un basso tavolino. Raoul si è seduto a terra, tra il divano e il tavolino. Dietro di lui c'è una porta. Michela non sa se dà sul corridoio dove è stata catturata o se è una possibile via di fuga. Dovrebbe comunque superare prima il ragazzo, che riprende in quel momento a parlare e accarezza con le mani il tappeto.
Improvvisamente, Michela realizza e un brivido di ribrezzo le si arrampica sulla schiena. Vorrebbe alzarsi di scatto dal materasso su cui è seduta. Spera che Raoul non abbia malattie contagiose... Perché il ragazzo si gratta la faccia bendata ma il sangue è fresco e si sporca le mani. E con le mani imbratta il tappeto che sta accarezzando. E il divano. E il tavolino poco distante. E tutte le pareti e il materasso su cui è seduta Michela sono chiazzati di sangue rappreso.
La ragazza si trattiene dal saltare in piedi e scattare verso la porta. Ingoia e annuisce. Raoul si accorge che c'è qualcosa che non va e interrompe il suo racconto.
La guarda. Michela sorride a disagio e lo esorta a continuare. Raoul si gratta una crosta sul mento e poi riprende.
Il ragazzo le racconta che aveva cominciato a guadagnare bene con la coca. E anche di più quando, oltre alla cresta, alcune delle sue amiche speciali avevano iniziato a rifilargli una mancia. Era prostituzione? Forse. Ma non gli importava in quei giorni. Gli importava solo che finalmente la sua amica speciale gli aveva detto che poteva organizzare un incontro con un agente. Uno di quelli grossi e che stava dietro al successo di un sacco di VIP. Alcuni dei suoi pupilli erano passati per dei reality, altri per piccole parti in qualche film. Quasi tutti avevano recitato in fiction famose. Averlo come amico poteva essere la svolta definitiva.
Una sera la vecchia gli aveva dato appuntamento in un hotel del centro. C'erano novità, o almeno così aveva detto. Se l'era dovuta scopare. E stavolta la doppia striscia bianca che si era sparata l'aveva offerta lui. Erano distesi a letto quando lei l'aveva guardato e gli aveva messo una mano sulle palle, gliele aveva strette con forza e aveva sottolineato che il suo nuovo amico era molto contento di conoscerlo. Le aveva detto che aveva proprio un paio di idee su di lui. Raoul aveva sorriso, anche se le unghie della donna gli stavano ferendo l'inguine. La vecchia aveva sorriso a sua volta. Ma più cattiva.
Certo, c'era una piccola cosa che era meglio che il suo ragazzone capisse subito. Raoul si era mosso, a disagio. La donna non aveva mollato la presa. Per entrare in certi giri non bastava quel bel faccino, bisognava saper usare la testa... e non solo. Aveva stretto ancora. Raoul aveva mugolato.
Bisognava esser furbi e farsi nuovi amici... Nuovi amici molto, molto speciali.